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Bufale razziste, fragili mitomani e politici senza scrupoli.

Chi cavalca l’onda di razzismo, chi fomenta la voglia di forca?

Il vicesindaco di Trieste, Pierpaolo Roberti, si nasconde volentieri dietro una parvenza di politicamente corretto, arrivando a tratti, senza senso del ridicolo, ad accusare le istituzioni di non fare abbastanza per i profughi. I suoi elettori, però, sono più diretti. Sulla pagina Facebook del vicesindaco si leggono ogni giorno, incontrastati, commenti come: “Raus”, “Spariamogli ai piedi”, “Con le squadracce in giro non succederebbe” e altre amenità dal sapore neonazista.

Nel frattempo chi è più suggestionabile trasforma le paure collettive in realtà. Per limitarci agli ultimi 12 mesi e alla città di Trieste, ricordate l’aggressione subita da Manuel Pozzecco, aggredito da sette stranieri in piazza della stazione? Era solo la bufala di un mitomane. E che dire dell’aggressione a Daiane Ferreira Da Silva? Donna, pugilatrice e immigrata, anche lei si inventa una storia inverosimile. Entrambi denunciati per simulazione di reato.

Il vicesindaco e gli altri leghisti, dopo aver costruito e mantenuto un’atmosfera tossica di paura e xenofobia, riscuotono il consenso politico dei titoli dei giornali e passano avanti, mentre altri pagano in prima persona, che siano senzatetto, profughi o fragili mitomani. E poi, tanto, chi le legge le smentite?

Cercando notizie su Trieste ho visto che non è un caso isolato. Solo negli ultimi mesi, e da una ricerca del tutto casuale durata pochi minuti, risulta un episodio simile a settembre 2016 ad Albettone e uno a ottobre a Thiene, entrambi in provincia di Vicenza. A Brescia, questo novembre, una 87enne ha denunciato per strupro il vicino romeno 32enne, poi assolto dal test del dna.

E arriviamo a ieri e alla recentissima notizia di un’aggressione a una ragazza, in pieno pomeriggio, da parte di “tre stranieri”. Il fatto è stato prima annunciato dal padre della vittima a un consigliere comunale leghista, successivamente alla rivista TriestePrima, e solo il giorno successivo alla Questura. Un’interessante percorso che, insieme ad altri dettagli, fa dubitare della verità dell’evento e rende indubitabile il desiderio di strumentalizzare un grave fatto di cronaca, per altro tutto da dimostrare.

Nel frattempo viene organizzata in grande fretta una manifestazione xenofoba, con due lenzuoli vergati di nero: “Non vi vogliamo”, “Fuori dai coglioni”) proprio in via dell’Istria, davanti alla sede della Caritas. (Incidentalmente: gli stessi leghisti poi si vendono come difensori dei “valori cristiani”).

Intanto restiamo in attesa di sapere che cosa è successo davvero. Naturalmente la cosa più importante è la salute della ragazza, se l’aggressione c’è stata si tratta di un episodio grave. Ma nell’attesa di informazioni certe, i surfisti dell’odio hanno indossato la muta e si divertono un mondo.


Tagesschau

Sabato scorso la polizia tedesca ha arrestato il presunto assassino e violentatore di una ragazza di Friburgo. A differenza della maggioranza dei media nazionali la Tagesschau, il seguitissimo telegiornale delle 20 della rete pubblica ARD, non ha dato la notizia. Immediatamente sono impazzate le polemiche: il sospettato, infatti, è un diciassettenne afgano. Da un lato la Tagesschau viene accusata di aver cercato di nascondere il fatto per non mettere in difficoltà il governo, dopo la politica delle “porte aperte” del 2015. Dall’altro le si contesta l’ingenuità con cui avrebbe portato nuova acqua nel mulino dei populisti che gridano alle “stampa menzognera”. Per il caporedattore Kai Gniffke si è trattato di una scelta conforme alle linee guida del telegiornale, secondo cui viene data copertura soltanto ad eventi di rilevanza nazionale e internazionale. Cosa si deve pensare, in effetti, di giornalisti che danno notizia di un crimine soltanto quando il colpevole è straniero? Tuttavia molti critici sostengono che la questione era già diventata di rilevanza nazionale dal momento in cui aveva suscitato un amplissimo dibattito. Se le cose stanno così il tema di un eventuale servizio della Tagesschau non avrebbe però dovuto essere l’arresto del sospettato, ma il dibattito stesso. Si sarebbe potuto dedicare un approfondimento a quella che ha tutta l’aria di essere una psicosi, alla sua strumentalizzazione a fini politici e alle dinamiche minacciose e brutali delle generalizzazioni. Ma sarebbe stato difficile comprimere tutta questa complessità in un servizio del telegiornale e forse, alla fine, in molti avrebbero ricordato soltanto una cosa dell’intera vicenda: il colpevole era afgano. Ammesso che la notizia andasse davvero data, un’alternativa avrebbe potuto essere capovolgere la prospettiva e concentrarsi di più sulla vittima. Per cercare di fare luce sull’origine di una violenza che è diffusa in tutti i gruppi nazionali e trae alimento dall’esaltazione del dominio e della muscolarità. Una violenza che si esprime in mille modi, miete vittime senza sosta e si riversa con particolare crudeltà sulle donne.


I gigli che non lavorano e non filano

In un capitolo di Benedizione, un libro di Kent Haruf che mi è piaciuto molto, vengono letti alcuni brani del discorso della montagna. Così mi è venuta voglia di rileggere l’intero sermone e, quando sono arrivato al passaggio “Osservate i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro”, mi si è accesa una lampadina. Dietro a quell’immagine c’era una scoperta che avevo già fatto in passato e che adesso volevo ritrovare. Ci ho pensato un bel po’ prima di ricordarmi che si trattava del frutto di una riflessione sollecitata da un bel articolo letto alcuni anni fa. Peter Kammerer, che ne è l’autore, cita un emozionante frammento da Keynes, che a mia volta riporto estrapolandolo dal suo contesto (anche per questo rimando all’articolo):

Vedo gli uomini liberi tornare ad alcuni dei principi più solidi e autentici della religione e delle virtù tradizionali: che l’ avarizia è un vizio, l’esazione dell’usura una colpa, l’amore per il denaro spregevole, e che chi meno s’affanna per il domani cammina veramente sul sentiero della virtù e della profonda saggezza. Rivaluteremo di nuovo i fini sui mezzi e preferiremo il bene all’utile. Renderemo onore a chi saprà insegnarci a cogliere l’ora e il giorno con virtù, alla gente meravigliosa capace di trarre un piacere diretto dalle cose, i gigli del campo che non seminano e non filano (Matteo 6, 26-30).

Trovo eccezionale la potenza di queste parole che smuovono in me una valanga di immagini piacevoli. La libertà di attribuire valore alle cose che non procurano un vantaggio materiale, come, che ne so, il profumo della menta, un accento un po’ buffo o le luci del tramonto. Perché se importasse soltanto ciò che ci fa ingrassare o ci garantisce sicurezza, non ci sarebbe qualcosa di disperatamente scontato nelle nostre esistenze? E non è forse in virtù di questa stessa libertà che, nel campo delle relazioni umane, riusciamo a sfuggire almeno agli imperativi più stringenti della logica del do ut des e a diventare, così, dei soggetti? Mi solletica il dubbio che tra i gigli mossi dal vento si possa trovare tanto significato che, persino se il campo si dovesse rivelare un’isola infinitesimale, un brevissimo accidente nella storia dell’universo, in fondo andrebbe bene comunque.


La staffetta

Oggi io e Anna abbiamo lavorato nella nostra palestra di arrampicata con un gruppo di bambini di otto anni. Erano piuttosto vivaci, ma nel complesso ben educati e gli abbiamo fatto provare un po’ di giochi propedeutici per il boulder. L’ultimo gioco prevedeva una staffetta in cui due gruppi competono nel raccogliere il maggior numero possibile di carte da un mazzo che si trova in cima a una piccola parete. Molti dei bambini si sono trasformati improvvisamente in ultras, incitando fino a sgolarsi i membri della propria squadra, colpevolizzando quelli che erano troppo lenti e alla fine i bambini della squadra perdente sono stati presi un po’ in giro. In fondo non è successo niente di grave, ma mi impressiona quanto profondamente sia stato interiorizzato il principio della competitività da ragazzini così piccoli. Senza voler demonizzare la competitività che ha senz’altro la sua utilità in diversi contesti, mi domando in che misura questa interiorizzazione così pervasiva e precoce della competizione provochi dei danni che a lungo termine finisce per pagare la società nel suo insieme. In che misura per esempio alimenti la frustrazione derivata dal confrontarsi compulsivamente con gli altri, o se non abbia qualcosa a che fare con l’inclinazione diffusa a concepire il nostro prossimo come un concorrente, se non come un avversario. Spero che non sia patetico, ma noi stiamo pensando di cambiare le regole del gioco: dalla prossima volta si corre tutti in una squadra contro il tempo. Almeno quello non lo prende per il culo nessuno.


Proprio ‘na mazza (III)

Problema:

Una delle conseguenze più traumatiche della globalizzazione è la contrazione dei margini di manovra della politica nazionale, che sempre più spesso deve chinarsi di fronte alle pressioni dei mercati internazionali. Proprio in una fase storica tanto delicata si manifestano numerosi segni di un malcostume politico diffuso che intacca gravemente la credibilità delle istituzioni.

Risposta 1: CORROTTI E INCAPACI! TUTTI A CASA!

Risposta 2: Quali sono le reazioni plausibili alla contrazione della sovranità nazionale? Come si possono conciliare le ragioni della democrazia, della sostenibilità ecologica e della giustizia sociale con la realtà della globalizzazione? È vero che siamo di fronte a fenomeni di corruzione di dimensioni molto preoccupanti per cui non ci deve essere alcuna indulgenza. Allo stesso tempo si tratta probabilmente del risultato di un cortocircuito tra una cultura che esalta i potenti e la loro spregiudicatezza e l’incapacità di esercitare senso critico e la disinformazione sempre più diffuse in larghi strati della cittadinanza. Sostituire la classe dirigente non sarà sufficiente a sortire alcun cambiamento finché non si affronteranno questi problemi.

Quale di queste due è la risposta più convincente? Penso che sia la prima, nonostante si tratti probabilmente di una risposta sbagliata, perché la semplificazione (tutti i politici sono cattivi, al contrario di noi cittadini) distorce la realtà. E perché concentrando tutta l’attenzione su una sola parte del problema la si distoglie dalle altre che sarebbe altrettanto necessario affrontare. Con questo problema ho cercato di dare un esempio di come le semplificazioni ideologiche (non sono convinto di questa definizione, ne abbiamo una migliore?) tendano a prevalere su punti di vista più equilibrati. Credo che sia un modello applicabile anche ad altre questioni attuali. Si può per esempio immaginare un altro problema (senz’altro diverso, non intendo mettere sullo stesso piano antipolitica e islamofobia) in cui la risposta 1 reciti: È TUTTA COLPA DEI MUSULMANI!

Il fatto è che la semplificazione offre una soluzione e quindi la speranza che il problema sia superabile con una certa facilità, mentre la risposta 2 tende addirittura alla moltiplicazione dei problemi. Ma ci sono anche molte altre ragioni per cui le risposte 1 di cui spesso si avvalgono i movimenti populisti fanno così tanta presa sull’opinione pubblica. Provo ad immaginarmene alcune: permettono di individuare dei capri espiatori cui attribuire ogni male e quindi di non mettere in discussione sé stessi e il proprio modo di stare al mondo; attribuiscono alla realtà un significato, una certa intelligibilità, offrendoci degli appigli contro la paura atavica della vanità, dell’assurdità dell’esperienza umana; permettono di schierarsi, rispondono quindi al bisogno di identità e di una comunità che ci protegga.

Se questa è la forza delle semplificazioni ideologiche il quadro è allarmante, perché in relazione ai problemi enormi che dobbiamo affrontare nel dibattito pubblico tenderanno ad affermarsi argomentazioni sbagliate. In questa situazione mi vengono in mente tre direzioni che si potrebbero esplorare.

1. È possibile dare vita a un “populismo buono” che, magari con qualche cautela, si serva di semplificazioni ideologiche per promuovere politiche solidali, lungimiranti, eque e sostenibili?

È molto tempo che ci penso e la nascita di Podemos mi sembrava un fenomeno molto interessante proprio perché pareva andare in questa direzione. Poi ne ho seguito poco l’evoluzione e non sembra possibile prendere la situazione politica spagnola come riferimento ideale, ma potrebbe essere un caso studio. Se però si perseguisse questa strada dell’appropriazione di elementi populisti potrebbero presentarsi diversi problemi di difficile soluzione. Innanzitutto non si vede perché sul terreno del populismo non dovrebbero finire per affermarsi i populisti veri anziché quelli in erba. Forse mi sbaglio, ma mi pare che si tratti di uno scenario che presenta alcune analogie con la storia recente della politica italiana (e forse non solo con quella): la sinistra, che aspira a diventare forza di governo, si mette a fare concorrenza alla destra sul piano della crescita economica, della sicurezza, dell’espansione dei consumi e finisce per condannarsi a una lunga fase di subordinazione culturale di cui ancora non si vede la fine. Altri forti dubbi suscita il fatto che la strada delle semplificazioni non favorisce la maturazione di un’opinione pubblica critica (anche auto-), equilibrata e informata e quindi difficilmente crea le condizioni per un miglioramento stabile della qualità della democrazia.

2. Si può fare in modo che la debolezza diventi “in”?

È possibile che un’attitudine equilibrata, critica e sensibile alla complessità stabilisca una specie di “egemonia culturale”? In questo senso il dibattito su bufale, fake news, debunking ecc. che sta prendendo piede negli ultimi tempi potrebbe preludere a un nuovo costume, a una nuova cultura dell’informazione. Quali dovrebbero essere le sue caratteristiche? Come si può fare e dove si deve agire (media, educazione?) per renderla “egemonica”? Mi viene in mente, a titolo di esempio, che una possibilità per far diventare in il senso critico potrebbe essere usare l’umorismo per screditare i paralogismi grossolani della semplificazione ideologica.

3. Può essere che la debolezza sia la nostra vera forza?

Forse quella che questo paradosso esprime è una speranza troppo fragile, anche perché nel lungo periodo siamo tutti morti. Ma io ci sono parecchio affezionato. Non può essere che continuare ad argomentare in modo complesso, con “sì, ma” e “no, ma”, sia la strada giusta nonostante non permetta di imporsi immediatamente nelle discussioni? Se continuassimo a sperimentare forme di comunicazione e di discussione corrette, serie, documentate e civili, finalizzate all’acquisizione di sapere e non all’affermazione di una posizione data, sarebbe plausibile che dimostreremmo che queste modalità non sono soltanto possibili, ma permettono anche di ottenere risultati migliori? È illusorio pensare che non ci dobbiamo lasciare scoraggiare dagli insuccessi, perché siamo dei pionieri e prima dell’affermazione di ogni nuovo paradigma serve raggiungere una massa critica di sperimentazione?fine, finalmente


Coltelli e purè

Non la caccia né il fuoco, ma il coltello e in particolar modo lo schiaccia patate sono stati il motore dell’evoluzione umana. La vera pietra miliare dell’umanità è stato il primo purè.

“Lieberman e Zink dicono di non disconoscere l’importanza della cottura, propongono – invece – un processo in due fasi: ridurre in poltiglia e tagliare gli alimenti hanno dato il via a quella spinta evolutiva che ha portato a denti, intestino e mascelle più piccole, la cottura, più tardi, ne ha finito il lavoro.”

http://www.evoluzioneculturale.it/2016/11/25/1196/


Globalismo shglobalismo

Un articolo e due commenti sul “globalismo”…

Alessandro Maran
In tutto il mondo i leader nazionalisti, populisti e dell’estrema destra hanno reagito con gioia all’elezione in America di Donald Trump. Lo ha documentato subito il Guardian.

Ma cos’è che li unisce? Secondo Fareed Zakaria, quel che accomuna molti degli ammiratori internazionali di Donald Trump è l’idea che l’ordine globale esistente sia marcio e debba essere demolito. Cosa, peraltro, sulla quale parecchi dei suoi sostenitori americani sarebbero d’accordo.

Tutti i partiti europei che festeggiano la vittoria di Trump chiedono la “rottamazione” dell’Unione europea e, più in generale, di una comunità occidentale molto unita e incentrata su valori e interessi condivisi. Sono quasi tutti sorprendentemente filo-russi perché vedono nella Russia di Vladimir Putin un paese che cerca attivamente di indebolire il sistema internazionale attuale. Molti di questi gruppi contano sul sostegno aperto (e in diversi casi anche su quello nascosto) da parte della Russia e beneficiano della guerra informatica del Cremlino.

Ma che cos’è questo “globalismo” al quale questa gente si oppone così tanto? Dopo il 1945, dopo la Grande depressione e due guerre mondiali, le nazioni occidentali hanno stabilito un sistema internazionale caratterizzato da regole che rispettano la sovranità nazionale, consentono il fiorire del commercio globale, e incoraggiano il rispetto dei diritti umani e delle libertà. Questo ordine si é tradotto nel più lungo periodo di pace tra le principali potenze del mondo, ed è stato caratterizzato da una diffusa crescita economica che ha creato ampie classi medie in Occidente, ha permesso il rilancio dell’Europa e una crescita nei paesi poveri che ha fatto uscire centinaia di milioni di persone dalla povertà e ha diffuso la libertà in tutto il mondo.

Il ruolo degli Stati Uniti in tutto questo è stato centrale. Gli USA hanno fissato l’agenda e fornito la sicurezza, che non ha significato soltanto dissuadere l’Unione sovietica e le altre potenze aggressive. Radek Sikorsky, l’ex ministro degli esteri della Polonia, ha infatti ricordato: “l’influenza dell’America ed il suo impegno sono stati la nostra coperta di Linus. Hanno consentito che le rivalità nazionali dell’Europa restassero inattive. Se togli queste garanzie, l’Europa potrebbe diventare molto instabile”. Senza contare che l’Unione europea è il mercato più grande del mondo e il più grande partner commerciale degli Stati Uniti.

Ovviamente, anche per gli Stati Uniti, il globalismo a prodotto enormi vantaggi. Con il 5% della popolazione mondiale, gli Stati Uniti dominano economia globale, nella tecnologia, nell’istruzione, nella finanza e nell’energia pulita. In America, un posto di lavoro ogni cinque è il risultato del commercio, e la proporzione sta crescendo molto rapidamente. Inoltre, gli Stati Uniti mantengono la moneta di riserva del mondo, che dà loro un enorme vantaggio economico.

I benefici della crescita e della globalizzazione non sono stati distribuiti equamente, ed il ritmo del cambiamento genera ansia dovunque. Ma queste sono ragioni per investire di più nella gente, aggiornare le loro competenze, migliorare le loro capacità e integrare meglio le comunità. Non sono ragioni per distruggere il sistema internazionale più pacifico e produttivo mai immaginato nella storia dell’umanità. Teniamolo a mente.

COMMENTO di Vincenzo
Fucking shit!! E sono gentile… La prima parte va bene, ma poi fa un’apologia della globalizzazione dove dimentica le guerre postcoloniali finanziate dagli usa e dall’URSS, dimentica lo sfruttamento del terzo mondo e le dittature imposte qua e la. Inoltre rappresenta in modo molto distorto il ruolo degli USA nell’unificazione europea. Insomma, globalizzazione= pace e sviluppo nei paesi occidentali, guerre e disuguaglianze nel resto del mondo. Facile da occidentale farne un’apologia. Non dice poi che il motivo per cui il mito della globalizzazione sta andaando in crisi e i populismi acquistano sempre più spazio: la fine dell’ordine mondiale sancito da Yalta ed entrato in oscillazione già nel’89. Con l’ascesa economica della Cina di Yalta è rimasto solo l’immenso apparato finanziario e il tessuto di rapporti diplomatici e commerciali dell’occidente non più sostenuto però da una effettiva supremazia economica e neanche militare. Con l’ordine mondiale che cambia combiano anche le mitologie e quella della globalizzazione prospera e pacifica (alle spese del resto dell’umanità) sta crollando. Sull’ultima frase però mi soffermerei un’attimo. Guerra di Corea: 4 mln di morti. Guerra del Vietnam: 1-4 mln di morti. Guerra Iran-Iraq: 1 mln di morti. Vari conflitti arabo israeliani: 100.000 morti. Guerre jugoslave: oltre 100.000 morti. Poi ci sono state le guerre tra India e Pakistan, numerose guerre in africa e in america latina, dittature ferocissime sconosciute nei secoli precedenti. Repressioni sanguinose sconsciute nei secoli precedenti. Svariate pulizie etniche… Insomma dopo la seconda guerra mondiale è stato un vero paradiso per chi ha avuto la ventura di nascere nel secondo o nel terzo mondo. Ci vuole un certo coraggio a scrivere l’ultima frase, “teniamolo a mente”

COMMENTO di Noreset
Il punto è la situazione grottesca in cui un “globalista” si trova adesso, a dire: “ricordatevi che è la globalizzazione ad averci reso ricchi e grassi come siamo oggi. Perché volete distruggere questa meravigliosa macchina?”. Evidentemente non è più così facile neanche da occidentali farne un’apologia!

Non penso che “i populismi” dipendano dalla fine dell’ordine mondiale o dal crollo della mitologia della globalizzazione pacifica: è sempre fregato a pochi quello che accade negli altri continenti.
Penso piuttosto che dipendano dal crollo delle aspettative materiali, dal contrarsi di economie che vivono del concetto di crescita illimitata, collettiva ma soprattutto personale. Non è tanto l’effetto tangibile sulla vita quotidiana ma sulla visione del mondo. La crescita di Cina e altre potenze e il calo in corso delle economie occidentali sono fenomeni non catastrofici e tutto sommato fisiologici, come il povero globalista prova a suggerire.

I populisti occidentali gettano a terra il giocattolo globale perché non sono più i primi della classe… Ovunque l’Occidente frigna, e non sono nemmeno arrivate le mazzate vere (l’esaurirsi delle risorse fondamentali come acqua potabile, terra coltivabile, combustibili, fosfati, sabbia…).


Non capire un tubo II

Mi è stato fatto giustamente notare che il dubbio sistematico applicato alla collocazione del potere produce un brodo di coltura ideale per il complottismo. Ebbene, è venuto il momento di riconoscerlo. Esistono poteri occulti e privi di qualunque legittimazione democratica che godono di un’influenza enorme e che si battono strenuamente per ampliare il loro dominio. Per rendersene conto basta volgere lo sguardo alla considerazione che gli interessi di alcune potenti lobby incontrano presso le istituzioni europee. O all’indispensabilità del sostegno di grandi finanziatori per entrambi i candidati alla presidenza degli Stati Uniti. O ancora al fatto che alcuni degli spazi pubblici più importanti del mondo, quelli digitali, siano in mano all’arbitrio di interessi privati. Si tratta di temi fondamentali dell’epoca in cui viviamo e credo che sarebbe interessante concentrare l’attenzione su ognuno di essi. Soltanto l’idea mi stanca moltissimo, perciò preferisco coinvolgervi in un esercizio puramente teorico che non mi crei troppe complicazioni.

Quali sono le logiche cui rispondono questi poteri che tramano dietro le quinte? Sono tra loro in una relazione armonica o concorrenziale? Perseguono strategie di lungo termine (la conquista del mondo, la distruzione dell’umanità) oppure sono condizionati da imperativi impellenti (l’aumento dei dividendi degli azionisti, la remunerazione dei capitali)? Quali sono i loro veri obbiettivi?

È di fronte a queste domande che mi sembra che il pensiero complottista mostri delle crepe. Le fortissime tensioni e contraddittorietà che caratterizzano la contemporaneità si conciliano male con la presenza di un potere malvagio, del genere Matrix, che è responsabile del nostro tribolare. L’impressione di essere di fronte a uno sviluppo ingovernato (ingovernabile?) e per tutti minaccioso mi fa propendere per l’idea che tra le tante forze in conflitto il caos sia quella prevalente. Sono questioni profondamente diverse, ma le ragioni per cui non credo nella Cospirazione somigliano molto a quelle per cui non mi convince questa storia di Dio (con maiuscola deferenza nel caso che invece mi sbagli): entrambi corrispondono meglio al mio bisogno di ordine e significato che a come veramente mi appaiono le cose. Esiste un altro motivo di carattere procedurale per cui, nonostante riconosca l’influenza (pericolosamente crescente?) di poteri occulti e irresponsabili, mi sento così distante dal complottismo. Non vorrei cadere nelle maglie della legge di Godwin, ma il processo per cui si conoscono i responsabili del Male senza essere in possesso di prove non è troppo diverso da quello con cui lo si attribuisce alla perversione del giudaismo internazionale.

Qui emerge però un problema che per me è fondamentale e di cui abbiamo già discusso in altre occasioni. Dire che, sì, esistono dei poteri oscuri, spregiudicati e antidemocratici, ma che, no, non sono responsabili di ogni male, è molto meno efficace che bandire una bella crociata. Più in generale “sì, ma…” è una posizione più debole rispetto alla divisione del mondo in bianco e nero. Forse perché le semplificazioni alimentano la speranza che, una volta sconfitti i cattivi, la pace e la giustizia finalmente regneranno. Forse anche per altre ragioni. In ogni modo credo che questa esigenza di semplificazione contribuisca all’attuale ascesa dei populismi. La riflessione che vorrei proporre è: possiamo batterli con le loro stesse armi? È possibile creare un linguaggio semplificato in cui trasmettere la complessità? Oppure: esiste la possibilità di rifiutare un agone che vedrebbe i nostri argomenti soccombere e sovvertire le regole del gioco? Può la debolezza trasformarsi in una forza? –credo che continui


Non capire un tubo

Qualche giorno fa ho scritto un post sull’elezione di Trump che ho deciso di non pubblicare. Probabilmente la cosa che più mi lasciava più insoddisfatto era lo stile, così scontato e impersonale.

La consuetudine a nascondere le mie lacune o anche la mia stessa esistenza, che negli ultimi anni mi è sembrata particolarmente appropriata, stride troppo con il dubbio categorico e la grande professione di ignoranza cui mi volevo dedicare. Nell’articolo constatavo la contraddittorietà delle reazioni che il voto degli americani ha suscitato tra i miei interlocutori abituali, che spaziavano dalle varie declinazioni del “tanto peggio, tanto meglio” al catastrofismo più oscuro, compiaciuto o disperato. Ma quello che più mi spiazzava era la mia incapacità di collocarmi in qualche punto di questo spettro in modo ben argomentato, oltre che l’impressione che si tratti di un problema generale (confermate?). In particolare mi sembra di non avere elementi sufficienti per dare un giudizio serio sulla distribuzione del potere/dei poteri (Trump ha le mani libere?) e sul grado di controllo che questo/i esercita/no sulla realtà (c’è qualcuno che sa cosa sta succedendo oppure le cose si fanno da sole?). Eppure io leggo! Io leggo tutto il tempo, cazzo! Al di là di ogni considerazione sarcastica, si pone per me il problema della qualità delle mie fonti di informazione, che mi sembrano carenti soprattutto dal punto di vista delle capacità interpretative. Inoltre sento la mancanza anche di un tessuto di riferimenti culturali (anche portatori di tesi concorrenti) sufficientemente condiviso, stabile e affidabile. Senza dubbio si tratta di un progresso rispetto a un insieme di riferimenti culturali basati sull’ideologia, che sì permette un’interpretazione lineare e condivisa del mondo, ma al prezzo di semplificazioni della realtà che sono rozze e manichee. Però, ecco, spesso mi pare di volteggiare in una specie di vuoto in cui diventa difficile definire le mie stesse priorità esistenziali (ha senso dedicarsi alla cura del proprio giardino privato? Ha senso l’impegno al di fuori di esso?). Quindi ecco una prima proposta per questo blog: costruire, mettendo in comune risorse ed esperienze, un insieme di riferimenti interpretativi che sia plurale e contraddittorio, ma allo stesso tempo condiviso e stabile. – forse continua –


Spirits Rejoice!