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Val Rosandra

È sempre notevole il modo in cui affiorano di colpo ricordi lontani e apparentemente insignificanti, che però appartengono invece a quella categoria di dettagli che costituiscono il sale della vita. Ricordo, che quando ero piccolo e le mie principali preoccupazioni erano quelle di avere una famiglia normale e di essere accettato, come minimo di non essere umiliato dai miei compagni di classe, ricordo che allora per me ogni sentiero della Val Rosandra aveva una sua specialissima personalità. E mi sembrava un territorio magico che si schiudeva al mio ardimento di esploratore e su cui si articolavano i miei sogni. Ogni sentiero era come una stanza o una scena di proporzioni gigantesche, arredata con gusto e incredibile originalità. Forse per ritrovare quella passione per i luoghi che anima alcuni dei più fortunati narratori di storie e lettori di mondi, servirebbe riconquistare un po’ della capacità di meravigliarsi di tutto di quando si era bambini e non si era ancora abituati allo splendore delle cose, tanto da non saperlo più distinguere. E il desiderio di avere qualcosa di davvero speciale da mostrare a qualcuno.


Alles Banane? – Gedanken zur Wahl

Romantischer Blick aus dem Küchenfenster: die Werbetafel.

Streitschriften vom Küchentisch // Polemics from the kitchen table

Die Werbetafel vor unserem Küchenfenster zeigt zwei große Bananen. Auf einer davon klebt ein Fairtrade-Logo, die andere ist einfach nur gelb. Darüber stehen die beiden Sätze „Schnäppchen machen“ und „Welt verändern“. Soll heißen: Wenn du was Gutes tun willst, musst du tiefer in die Tasche greifen? Ich finde das nicht den richtigen Ansatz. Nachhaltiger Konsum sollte nicht dadurch definiert werden, dass man mehr Geld ausgibt. Man kann ja auch einfach keine Bananen essen, oder weniger. Meine WG ist trotzdem glücklich. Endlich kein FDP-Politiker mehr, der aussieht wie aus einem Modekatalog und „digital first“ propagiert. Da sind Bananen doch deutlich besser.

Ich muss dennoch an die FDP denken, wenn ich aus dem Fenster gucke. In meiner Wohnung habe ich mit einigen positiven Aussagen über ihr Wahlprogramm vor der Bundestagswahl Besorgnis ausgelöst. Zurecht. Die (neo-)liberale Politik steht für freien Wettbewerb und Privatisierung, für den „flexiblen Arbeitsmarkt“ und die Kürzung von Sozialausgaben. Wo konnte ich mich in diesem Programm (ich habe es zugegebenermaßen nur in leichter Sprache gelesen – anders ertrage ich Wahlprogramme nicht) wiederfinden? Es war vor allem die Forderung nach einer sogenannten “Verantwortungsgemeinschaft”, die mein Interesse weckte: Eine Gruppe nicht-verwandter Personen, die Verantwortung füreinander übernehmen und damit ähnliche Rechte und Pflichten haben wie eine Familie. Cool. Das könnte mir und meinen Freunden Vieles erleichtern: Mit einem Partner familienversichert sein? Als WG in eine Wohnungsbaugenossenschaft eintreten? Oder sich als ein „Haushalt“ für einen Schrebergarten bewerben? Warum nicht, wenn wir eine Kasse haben, uns Wohnraum teilen und ja – zusammen leben möchten!

Ich habe mir auch die Parteiprogramme der Linken und Grünen durchgelesen und finde viele ihrer Forderungen gut und wichtig. Ich bin für Klimaschutz, Bildungsgerechtigkeit, bezahlbaren Wohnraum, bla… Hier sind wir beim Problem: Ich glaube nicht (mehr) daran, dass sich in diesen Dingen wirklich grundlegend etwas ändern wird. Egal mit welcher Partei in der Regierung. Ich kann mir eine Realität ohne das HartzIV-Regime und steigende Mieten einfach nicht mehr vorstellen.

Ist sie das, die Politikverdrossenheit? Werde ich „radikal“? Oder hänge ich – wie es ein SPDler im Radio neulich formulierte – linken Träumereien nach? Ich bin kein Ökonom, keine Juristin, keine Politikerin. Keine Ahnung, welche Folgen es hätte allen Menschen in Deutschland monatlich einige hundert Euro Grundsicherung zu zahlen. Und wie wir den Wohnungsmarkt verändern sollen. Eigentlich glaube ich, dass diese Fragen niemand abschließend beantworten kann. Vielleicht bin ich deshalb generell eher gegen Revolutionen: Ich finde das Risiko zu groß, dass man dabei eine Gruppe, eine Pflanze, ein Molekül vergisst und mehr Schaden anrichtet als Gutes tut.

Lindner wird die Welt nicht verändern, so viel ist klar. Die fairtrade-Banane wohl leider auch nicht. Soziale und ökologische Probleme sind vielschichtig, ihre Lösung braucht Zeit. Generelle politische Forderungen à la „Gegen HartzIV und Kinderarmt“ oder „Wohnen darf kein Luxus werden“ müssen trotzdem gestellt werden, das sehe ich ein. Sonst verlieren wir hier alle noch die Orientierung (und wählen die FDP!). Aber wenn ich in Zukunft noch einer der etablierten Parteien meine Stimme geben soll, brauche ich von ihnen mehr als poppige Farben und irritierende Wortwitze. Ich brauche inspirierende Ideen, die in mir Bilder von einer anderen Welt auslösen, in der ich ein anderes Leben führen kann. Ob sich dann auch etwas ändern würde? Keine Ahnung. Aber es würde mein Interesse für Politik stärken und mir wieder Hoffnung geben, dass es bei einer Wahl um mehr gehen kann als darum, das Schlimmste zu verhindern.


Il duello

Ricordo, mi pare fosse con la maestra Tiziana, che all’epoca dei primi temi in classe fui invitato a fare finta che i miei lettori venissero da Marte. Oggi credo di potermi finalmente mettere nei panni di quel pubblico di omini verdi. L’esperienza rivelatrice è stata il confronto tivù tra i due candidati che si contendono il ruolo di Cancelliere alle elezioni tedesche del prossimo 24 settembre, Angela Merkel (cristianodemocratici) e Martin Schulz (socialdemocratici).

Nel corso di quello che è stato enfaticamente definito TV-Duell, mandato in onda da quattro dei principali canali tedeschi per contribuire al prosperare della democrazia, ho infatti scoperto che la Germania è un paese sostanzialmente privo di politica interna e di contraddizioni. Insomma, andrebbe tutto bene, se non fosse per quel guazzabuglio impertinente e minaccioso che è il mondo lì fuori.

Non a caso il tema su cui si concentrano la gran parte delle attenzioni è quello dell’immigrazione. L’inizio è incoraggiante: entrambi i candidati fanno cadere l’accento sul termine Menschen, persone, e ricordano che la Costituzione proclama l’intangibilità della loro dignità. Un invito a immedesimarsi nell’umanità in fuga dal flagello della guerra, dalla privazione di speranza. Se guardo all’approccio miserabile con cui si affronta – leggi strumentalizza – la questione in Italia, mi viene da commuovermi. Ma non dura molto. Perché poi si scopre che per Merkel vanno bene i siriani, però tra i nordafricani in Germania si rileva un’inclinazione alla devianza cui è necessario rispondere con fermezza. Incalzato da uno dei moderatori (Claus Strunz) che sembra sentirsi investito dell’originalissima missione di dare finalmente voce all’uomo qualunque, Schulz non vuole essere da meno. Si innesca così una corsa al rialzo per vedere chi sarà più efficiente nell’effettuare i rimpatri di chi commette reati o non ha i requisiti per richiedere l’asilo, come se fosse legittimo assimilare le due categorie. Ancora una volta la questione della criminalità viene menzionata in relazione alla nazionalità, anziché all’emarginazione sociale, come sarebbe appropriato. Nessuno sembra avvertire che questa (neanche tanto) implicita associazione rafforza la mentalità discriminatoria a cui si deve la lunga serie di violenze a sfondo razziale che hanno interessato anche la Germania negli ultimi anni. Ma come è possibile che dopo aver solennemente rifiutato di distinguere tra noi e loro Merkel e Schulz si abbandonino a questa retorica da far west? Questo equilibrismo acrobatico è conseguenza del fatto che entrambi vogliono fare appello a elettori con sensibilità distantissime tra loro, da quelli per cui l’impegno per la convivenza tra diversi noi è una priorità, a quelli che potrebbero finire per votare l’Alternative für Deutschland, partito xenofobo a cui i sondaggi attribuiscono circa il 10% delle preferenze. È per questo che Schulz ha cercato di mostrare i muscoli anche nel trattare dell’altro tema centrale del duello, il rapporto con la Turchia. Le relazioni tra i due paesi sono sempre più travagliate da una crisi che ha visto alcuni dei suoi apici nel riferimento di Erdoğan a “pratiche naziste”, dopo che al suo Ministro degli Esteri era stato negato il permesso di fare campagna elettorale in Germania per il referendum dello scorso aprile e nell’incarcerazione di 12 cittadini tedeschi, tra cui diversi giornalisti e attivisti per i diritti umani. Secondo Schulz, dal momento che l’unico linguaggio che Erdoğan sembra intendere è quello della forza, è su questo che si deve fare leva senza ulteriori esitazioni, sollecitando l’interruzione dei colloqui di adesione della Turchia all’Unione europea. Si tratta di una posizione diversa da quella che la SPD aveva fino a quel momento e che il candidato socialdemocratico ha sfoderato come mossa a sorpresa per cercare di mettere Merkel alle strette dimostrandosi più determinato di lei. Ma al di là dei toni apparentemente acerbi emerge il fatto che su molti temi i due contendenti la pensano sostanzialmente nello stesso modo, tanto che spesso li si vede annuire mentre il rivale ha la parola. Del resto le cose potrebbero difficilmente stare in modo diverso, dal momento che CDU e SPD governano il paese insieme da quattro anni nell’ambito della grossa coalizione. Si tratta di una formula che entrambi i partiti vorrebbero evitare di ripetere perché il loro incontro al centro dello spettro politico finisce per eroderne consenso a partire dai margini. Tuttavia i due candidati devono eseguire i loro affondi con particolare cautela, perché non è affatto detto che un’alternativa di governo sia possibile: stando ai sondaggi, l’unica altra coalizione a disporre di una maggioranza nel nuovo Parlamento potrebbe essere la cosiddetta Jamaika-Koalition, che dovrebbe tenere insieme cristianodemocratici, liberali e verdi in un’alchimia alquanto instabile. Oltre a queste considerazioni di natura strategica, non ha giovato alla qualità del dibattito il formato show in cui si è scelto di incanalarlo. Probabilmente il fatto che io continui a stupirmene non fa onore al mio spirito d’osservazione, ma i moderatori si sono lanciati alla ricerca della dichiarazione ad effetto, della contraddizione imbarazzante, ma in fondo poco significativa. Hanno sollecitato prontezza di riflessi e capacità di semplificazione, tanto da costringere Merkel e Schulz a una specie di surreale interrogatorio in cui, a questioni come “poiché alle autorità sono noti circa 700 potenziali terroristi, dobbiamo abituarci agli attentati?”, le uniche risposte ammissibili erano un sì o un no. Ma il momento più illuminante della serata è stato dopo la fine del confronto. Io stavo tentando di raccapezzarmi su che cosa fosse successo, quando ho capito che mi stavo ponendo la domanda sbagliata. Quello che suscitava davvero l’interesse mediatico non era di che cosa si fosse discusso, ma chi avesse vinto. Perché, a quanto pare, chi vince il duello televisivo ha buone chance di guadagnare i voti degli indecisi. In particolare Schulz, che i sondaggi danno indietro di 14 punti percentuali rispetto alla Merkel, avrebbe dovuto riportare una vittoria schiacciante per sperare in una rimonta, il che, a prescindere dalle diatribe su quale dei due candidati abbia tagliato per primo il traguardo al fotofinish, non sembra essere avvenuto. Ma il dato di fondo è proprio questa trasfigurazione della politica in una forma di sport, conformemente allo spirito agonistico che sembra rappresentare uno dei pochi denominatori universalmente comuni. Non vorrei drammatizzare, ma forse sullo stato di salute di democrazie in cui l’approfondimento politico si trasforma sempre più in intrattenimento conviene farsi qualche domanda.


Tradimenti

Una cosa che mi fa soffrire molto è l’accusa di aver abbandonato persone che mi sono state vicine. Nonostante la dedizione sollecitata dai miei sensi di colpa, so che in fondo è vero. Ho abbandonato persone che non mi interessavano più, persone le cui traiettorie divergevano troppo dalla mia e a quanto sembra ho abbandonato persone anche senza uno straccio di motivo. È triste vedersi ritratti come questa specie di cane infedele. Ma lo è altrettanto che chi si sente tradito, anziché comunicare (mettere in comune) il suo rammarico, ci si attacchi morbosamente fino a farlo degradare in rancore. Credo sia fondamentale imparare a trasformare le nostre ferite in un problema comune, anziché limitarci a una versione psicologica del taglione. Si potrebbero sdrammatizzare molti conflitti e rendere reversibili distanze che altrimenti, di incomprensione in incomprensione, finiscono per diventare incolmabili.

Mi ferisce il fatto che chi mi rimprovera non tenti di mettersi nei miei panni. Mi addolora veder ridotte a snobismo o meschinità distanze che ho preso perché sono finito, perché sono mortale, perché il giorno è breve e le energie sono limitate. Mi rattrista la mancata comprensione che l’allentamento dei legami con casa è il prezzo non lieve dell’esplorazione e che in questa scelta c’è qualcosa di drammatico. La questione di quante persone al mondo si possono amare è troppo seria per essere risolta con la constatazione che io sono un po’ stronzo.

Se proprio dobbiamo essere abbandonati, spero che possiamo farlo senza provare rancore.


Una canzone al giorno

Anni fa fui molto impressionato da una frase del mio maestro di chitarra: “Bob Dylan si costringeva a scrivere una canzone al giorno”. Da allora capita anche a me di ripromettermi cose simili in seguito alle brusche ed effimere ripartenze che caratterizzano la mia andatura a strappi. Recentemente avevo preso la decisione di scrivere molto più spesso dei post (ogni tre giorni, che sennò vi vizio). Questo proposito estemporaneo mi ha sbattuto di fronte all’inaspettata esiguità delle mie fonti di ispirazione. Di cosa potrò mai scrivere oggi? Rimpiangere un’idealizzazione delle botteghe di paese, per riprendermi dalla delusione della cattiva marmellata comprata nel negozio biologico vicino a casa? Oppure della piacevole sorpresa che nessuno di noi si sente a suo agio all’idea di sterminare le formiche che ci infestano casa (stiamo provando con una specie di moral suasion a base di talco e aceto)? Improvvisamente mi sono accorto dei miei sforzi per confezionarmi una realtà rassicurante, ma problematicamente povera. E che a furia di scansare pericoli e contraddizioni tendo a chiudere fuori la vita. Sto leggendo un libro che s’intitola Osare il coraggio civile. Ieri vi ho trovato la storia di un’insegnante che non se la sentiva di proporre al preside il progetto per un orto scolastico, perché era convinta che lui l’avrebbe respinto in malo modo. Dopo aver partecipato a diversi giochi di ruolo condotti dall’autore del libro, l’insegnante ha finalmente trovato il coraggio di presentare il progetto, riscontrando l’approvazione del preside e del collegio docenti. Ieri mi sembrava che l’insegnante fosse un po’ scema, oggi mi rendo conto di essere io l’insegnante.

Più De André meno Bob Dylan?


Elite creativa?

 

“Torniamo all’influentissima nonché controversa definizione di creative class fornita a suo tempo da Richard Florida: intrisa com’è di valori borghesi (il merito, la competizione, l’individualismo disruptive ecc.), questa supposta classe avrebbe in effetti tutti i profili dell’élite. Ma c’è un’altra élite a cui i membri della classe creativa quasi mai appartengono: quella economica. Al contrario: come ricorda Francesco Guglieri in un altro articolo ancora su Pagina 99, le “élite culturali sono socialmente ed economicamente disagiate tanto quanto gli indignati di turno”. Detta altrimenti: i giovani professionisti urbani e progressisti che pure in questi mesi hanno interpretato la parte dei più esagitati apologeti dell’orgoglio elitista, sono una figura ricorrente al limite dello stereotipo di quel mondo di mezzo fatto di lavori precari e malretribuiti, incertezza sul futuro e sfruttamento.

Eppure, se c’è una caratteristica che ne contraddistingue l’afflato identitario, è proprio lo slancio con cui queste malridotte élite culturali fanno coincidere le proprie sorti con un imprecisato progresso (anche) economico i cui tratti non differiscono in nulla da quelli che pure le hanno relegate in una posizione di subalternità.”

http://www.prismomag.com/orgoglio-elite/


Il bisogno di trascendenza nel mondo postmoderno III

C’è però un elemento del discorso di Havel che mi lascia perplesso. Si tratta del suggerimento di cercare le risposte nel campo della non accidentalità della nostra presenza nell’universo: un’eventualità entusiasmante, ma anche difficile da dimostrare. Di fronte alla continua escalation della (auto)distruttività antropica, penso che la nuova filosofia dovrebbe cercare fondamenti più solidi. A me pare che il pilastro più stabile su cui essa potrebbe poggiare sia quello della riduzione generalizzata della violenza, sia nell’ambito delle relazioni tra le persone che in quello delle relazioni tra esse e gli altri esseri viventi. In questo modo ci si attribuirebbe un obiettivo capace di offrire una risposta convincente alle aspirazioni alla trascendenza. Un obiettivo il cui semplice perseguimento darebbe vita in modo quasi automatico a un mondo più armonico, gentile e solidale. A un mondo fondato sull’amicizia, in cui vivere sarebbe più sensato. Come in una profezia che si autoavvera, il perseguimento dell’obiettivo esistenziale della riduzione generalizzata delle violenza renderebbe l’esistenza immediatamente più significativa. Del resto l’idea che compito dell’uomo sia di trasformare il mondo in un giardino armonioso non è affatto nuova. L’eventuale novità consisterebbe nell’identificare la fioritura del giardino con la nonviolenza, cosa che dovrebbe scongiurare la pericolosa declinazione dell’idea del giardino in senso etno- (la disastrosa pretesa di conquista e pacificazione del mondo ad opera di un condottiero/popolo/religione) o antropocentrico. E, una volta mossi i primi significativi passi nella direzione della riduzione generalizzata della violenza, ci si potrebbe tornare a dedicare con rinnovata intensità all’emozionante avventura della decifrazione del mistero dell’universo. Senza più la paura di non trovarvi nient’altro che vuoto perché le ricerche allora avrebbero luogo nel bel mezzo di un giardino rigoglioso – che a nessuno verrebbe in mente di assimilare al nulla e in cui sarebbe un piacere trovarsi.


Il bisogno di trascendenza nel mondo postmoderno II

Di Jastrow – own work, from the Iliade exhibition at the Colosseum, September 2006–February 2007, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1288487

Sono temi a cui mi capita di pensare spesso. Consumismo compulsivo, competitività esasperata, manie di persecuzione: diversi dei tratti caratteristici della nostra società hanno una natura patologica. E credo che Vaclav Havel avesse ragione quando affermava che dietro ad essi si celano urgenze esistenziali lasciate insoddisfatte. Mi domando anche se parte delle pulsioni autodistruttive che caratterizzano l’odierna umanità non vadano ricondotte all’esigenza inconsapevole di rompere la tensione così troppo a lungo accumulata. Toglierci la vita, esasperati dal dubbio angosciante che essa non abbia alcun senso. Quanto più in queste considerazioni c’è qualcosa di vero, tanto più pressante è il bisogno di una nuova filosofia. Una forma di pensiero capace di affrontare le domande rimaste inevase e, allo stesso tempo, di offrire soluzioni compatibili con una convivenza armonica tra gli esseri umani e con la salvaguardia degli equilibri ecologici. Servono idee che siano sufficientemente semplici da poter aspirare a una valenza universale (siamo una civiltà globale) e abbastanza convincenti da costituire un’alternativa credibile alle sirene del consumismo e al richiamo del tribalismo (la cui distruttività, moltiplicata dall’apporto della tecnologia, rischia di rivelarsi esiziale).

Èun viaggio emozionante e noi tutti siamo Odisseo – continua


Il bisogno di trascendenza nel mondo postmoderno I

By Jiří Jiroutekderivative work: ThecentreCZ – This file was derived from Jiri Jiroutek Havel Vaclav, Praha 2006.jpg:, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37200686

Si intitolava così il discorso tenuto da Vaclav Havel nell’estate del 1994 che ho letto qualche giorno fa, su consiglio di un amico. L’ultimo presidente della Cecoslovacchia vi affermava che il progresso tecnologico conseguito all’avvento delle scienze moderne ha dato vita per la prima volta a una civiltà globale. Si tratta però di una globalizzazione soltanto superficiale, incapace di dare risposte soddisfacenti ai nostri bisogni di natura esistenziale (che Havel interpreta in termini di bisogno di trascendenza). In mancanza di queste e in preda agli sconvolgimenti innescati da questa nuova civiltà mondiale, molte persone preferiscono approvvigionarsi alle fonti tradizionali per affrontare le domande relative al senso della vita. Alla religione, con la sua promessa di vita oltre la morte; alla nazione e all’etnia, intese come corpi più grandi che garantiscono la trascendenza agli individui che contribuiscono al loro sviluppo. Secondo Havel – se lo interpreto correttamente – esiste quindi una contraddizione insanabile tra la realtà materiale dell’interconnessione globale e l’orizzonte nazional/confessional/tribale su cui per lo più si basano i principi esistenziali e la ricerca di trascendenza delle persone. Una miscela che rischia di provocare conflagrazioni micidiali. Si sente allora la necessità di nuovi principi di trascendenza che costituiscano non solo un legame armonico tra tutti gli uomini, ma anche tra essi e la natura e in prospettiva con l’universo. Di risposte che mettano in risonanza il locale con il globale e l’universale, l’individuo con il tutto. Per Havel questi principi potrebbero essere individuati proprio in alcune derivazioni di quelle scienze moderne che costituiscono l’epicentro degli sconvolgimenti di cui siamo testimoni. Per fare due esempi egli fa riferimento al principio antropico e all’ipotesi Gaia. – continua


La coperta e il torneo di Axelrod

Molte delle discussioni cui prendiamo parte hanno per oggetto una coperta. La coperta può avere le più svariate qualità – essere di lana o di cotone, chiara o viola – ma c’è una cosa che la caratterizza sempre: è troppo corta. Così l’oggetto della contesa sarà coprire il collo anziché i piedi, coprire me piuttosto che te. Anni fa un mio professore mi aveva fatto notare come soltanto di rado ci si concentri invece nel tentativo di allargare la coperta. Mi era sembrata subito una considerazione geniale.

In questi giorni mi sono ritrovato in mano il manuale di negoziazione Getting to Yes. Negotiating Agreement Without Giving In. Il libro è un assoluto bestseller e tra le altre cose raccomanda di evitare conflitti oltremodo dispendiosi. Le energie risparmiate potranno essere impiegate nel confezionamento di una soluzione che quasi sempre si dimostrerà più proficua del tira e molla per tutte le parti in causa. I risultati più desiderabili si ottengono quando tutti cooperano, mi pare sia la stessa logica del torneo di Axelrod, descritta in questo bell’articolo.

Per antitesi mi è venuto in mente un tratto culturale piuttosto familiare. L’orgoglio disarmante di coloro che, riusciti a fregare il prossimo, si crogiolano nella gratificazione che conferisce il titolo di più furbo del rione. Come se avessero vinto brillantemente la corsa campestre. L’impresa culturale del nuovo millennio potrebbe consistere proprio nel rendere senso comune l’opportunità di risparmiare molte delle energie dedicate allo strapparsi le cose di mano, per reinvestirle costruttivamente. La moltiplicazione dei pani e dei pesci.