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Una dieta alternativa

Meringhe di plastica, topi morti, non bisogna scegliere. Una volta che abbiamo rifiutato questa dieta a base di informazione-spazzatura, il problema è riuscire prima di tutto a procurarci e poi a proporre una dieta alternativa. Un modo di informarsi e informare sano, equilibrato, sostenibile. Fa ridere, suona quasi patetico, vero? Da quando esistono i giornali, la gente vuole le storie purp. Prima, chi poteva andava a vedere le esecuzioni in piazza. E come fai a proporre l’insalata a chi vuole patate fritte? Analisi numeriche a chi vuole video di esplosioni? Questo è il problema.

E stamattina camminando per strada ho pensato che l’analogia con l’alimentazione potrebbe portarci lontano, e magari in un bel punto panoramico…
Le nostre preferenze alimentari risalgono a tempi remoti, prima dell’agricoltura e del’allevamento. Ogni grammo di sali, grassi, zuccheri o proteine era prezioso, per cui il loro gusto ci risulta gradito nonché uno stimolo Oggi queste preferenze alimentari, in un contesto del tutto diverso, ovvero di enorme disponibilità proprio di questi nutrienti, portano alle epidemie di diabete, malattie cardiache, ipertensione e numerose altre sindromi.

Allo stesso modo è facile attribuire un valore adattativo, ovvero un vantaggio nel corso dell’evoluzione della specie, alla nostra curiosità, incontrollabile, per le novità, e alla fascinazione per il macabro e il disgustoso,  . Sapere come stanno i tuoi vicini, o quante ragazze ci sono nell’orda che vive dall’altra parte della valla può essere molto utile. Fermarsi a guardare una ripugnante carcassa può dare preziose informazioni: è stato un leone, una malattia infettiva, un altro umano?
Oggi, con il continuo flusso di informazioni e una precisa struttura economica e sociale a diffonderle e sostenerle, la soddisfazione di questi istinti ci porta a riempirci di cronaca nera e rosa, non ci informa sul mondo reale, ci riempe di paura e in definitiva ci rende più controllabili.

https://www.youtube.com/watch?v=ndB_SM_rtNs

Compiti a casa: applicare lo schema a tutti i vari istinti umani. Istinti che avevano un senso e che adesso ci si ritorcono contro e/o vengono sapientemente manipolati da chi sa e vuole farlo per i propri fini.

Istinto sessuale => Pornografia…
Istinto alla sicurezza => Forze dell’ordine e governo autoritario.
Istinto identitario => Xenofobia (è discutibile, ma pare che ci sia una componente istintiva nel rifiuto del diverso, l’idea non mi stupirebbe)


Corruzione e disoccupazione

“I dati parlano chiaro: a più alto livello di corruzione corrispondono meno competitività, meno investimenti, meno produttività, meno progresso tecnico, meno innovazione, meno impresa e perciò più disoccupazione.

Infatti un Paese corrotto non è affidabile per gli investitori, specialmente stranieri, e di conseguenza perde opportunità di business e sviluppo.
A farne le spese sono soprattutto i giovani disoccupati, mentre l’inefficienza, i servizi scadenti, il peso della crisi economica, l’assenza di opportunità sono problemi comuni a tutta la società civile.”

https://www.riparteilfuturo.it/corruzione-e-disoccupazione


Die Lilien die sich nicht mühen und nicht spinnen

In einem Kapitel von Benediction, ein schöner Roman von Kent Haruf, werden Teile der Bergpredigt gelesen. Deswegen bekam ich Lust den ganzen Sermon wieder zu lesen. Als ich die Passage las, die lautet: “Schaut die Lilien auf dem Feld an, wie sie wachsen: sie arbeiten nicht, auch spinnen sie nicht. Ich sage euch, dass auch Salomo in aller seiner Herrlichkeit nicht gekleidet gewesen ist wie eine von ihnen”, ging mir ein Licht auf. Hinter diesem Bild stand eine Entdeckung, die ich in der Vergangenheit gemacht hatte und jetzt wiederfinden wollte. Ich musste eine ganze Weile darüber nachdenken, bevor ich mich erinnern konnte. Es handelte sich um die Gedanken, die der Lesung dieses Artikels folgten. Der Autor des Artikels, Peter Kammerer, zitiert folgendes, bewegendes Fragment aus Keynes:

Ich sehe also für uns die Freiheit, zu einigen der sichersten und gewissesten Grundsätze der Religion und herkömmlichen Tugend zurückzukehren: das Geiz ein Laster ist, das Verlangen von Wucherzinsen ein Vergehen, die Liebe zum Geld verächtlich, und dass diejenigen, die sich am wenigsten um den Morgen sorgen, am wahrsten in den Pfaden der Tugend und maßvoller Weisheit wandeln. Wir werden die Zwecke wieder höher werten als die Mittel und werden das Gute dem Nützlichen vorziehen. Wir werden wieder diejenigen ehren, die uns lehren, wie der Stunde und dem Tag tugendhaft und gut gerecht zu werden, jene köstlichen Menschen, die zu einem unmittelbaren Genuss der Dinge fähig sind, die Lilien des Feldes, die sich nicht mühen und die nicht spinnen”.

Ich finde die Macht dieser Worte ausgezeichnet, sie lösen eine Lawine angenehmer Bilder in mir aus. Die Freiheit den Sachen einen Wert zuzuschreiben, die keinen materiellen Vorteil mitbringen: beispielsweise dem Duft der Minze, einem witzigen Akzent, den Lichtern des Sonnenuntergangs. Denn, wenn nur wichtig wäre, was uns dick oder sicherer werden lässt, gäbe es nicht etwas verzweifelt selbstverständliches in unseren Leben? Und ist es nicht dank dieser Freiheit, dass wir es schaffen den drückendsten Imperativen des do ut des Logiks auch im Feld menschlicher Beziehungen zu entfliehen (und damit Subjekte zu werden)? Der Zweifel, dass zwischen den Lilien des Feldes viel Bedeutung steckt, kitzelt mich sanft. Vielleicht soviel Bedeutung, dass, auch wenn das Feld sich nur als eine infinitesimale Insel oder ein sehr kurzer Zufall in der Geschichte des Universums erweisen sollte, es trotzdem gut gehen würde.


Sulla tutela del paesaggio e dintorni

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Quando guardate una foto di questo tipo cosa pensate? C’è qualche elemento disturbante? A chi o cosa attribuite questa sensazione?

Credo di sapere cosa vi disturba perchè disturba anche me: non riusciamo ad abituarci ancora del tutto a vivere in un paesaggio (reale ma anche mentale) completamente e irreversibilmente cambiato dall’uomo.

Cerchiamo vie di fuga in qualche angolo di mondo ancora disgraziatamente sopravvissuto alla cementificazione e ci sentiamo in sintonia più o meno consapevole con quei pre-Romantici inglesi di fine Settecento che dipingevano paesaggi incantevoli che stavano per essere cancellati dai fumi della Rivoluzione industriale.

Credo che sia una sensazione comunissima che condividiamo con una buona fetta della popolazione mondiale. Eppure una piena coscienza collettiva sull’importanza di estendere, rafforzare e collettivizzare le misure di tutela e salvaguardia del paesaggio fatica ad emergere.

Non intendo solo il “non buttare la cartaccia per terra” che ci ripetono da bambini ma intendo estendere la  consapevolezza comune che il paesaggio naturale e culturale è unico, è seriamente compromesso e deve essere tutelato di più. Può significare molte cose nella nostra vita di tutti i giorni ma tutte le iniziative  (da organizzare gite nella natura con gli amici a battersi contro la costruzione della TAV, tanto per dire cose a caso), passano attraverso la coscienza che dobbiamo dedicare impegno, tempo e soldi alla tutela del paesaggio. Smettiamola ad esempio di dare per scontata la presenza di un museo e di meravigliarci del costo all’entrata.  Può significare tanto altro e ognuno di noi può trovare il suo modo personale. Troviamolo! Certamente vorremmo un maggiore impegno anche da parte dei governi ma, come in altri campi, questo potrà venire solo a seguito di una presa di coscienza individuale.

 


Meringhe di plastica e topi morti

Qualche giorno fa, nel tepore del salotto di famiglia, circondati di cuscini e gatti che ronfano, mia madre guarda il telefono e fa: “Sono esplose due bombe a Istanbul”. La mia reazione è stata viscerale e dura: “A che cosa ci serve saperlo? Perché ce lo hai detto? Che merda di informazione!”.

I miei familiari mi hanno guardato straniti. Rifiutare i giornali e considerare il TG come una forma di terrorismo è considerata una posizione troppo radicale, anche in contesti dove la politica è discussa con piacere.

Eccomi dunque qui, a spiegare perché credo che la cronaca nera andrebbe pesantemente scoraggiata*, e così tutti gli atteggiamenti morbosi che la stampa, per il proprio vantaggio a breve termine, incoraggia nel pubblico. È la coprofagia di cui parla Poppy Bergoglio di recente. Solo che la coprofagia al massimo crea alito cattivo e qualche problema in società, la cattiva stampa e la cattiva televisione hanno effetti ben più gravi.

(* sarebbe bello discutere del COME in maniera più articolata in un’altro post)

L’impatto è martellante: ogni giorno, su tutti i muri, su tutti i giornali, su tutti gli schermi, alla radio e sui telefoni siamo sottoposti a un flusso costante di omicidi, stupri, esplosioni, bombardamenti, crack finanziari, disastri ambientali, notizie di sport e pettegolezzi sui vip. Mi sembra inevitabile che questo danneggi profondamente la mente e la psiche.

Da un lato il risultato è una evidente normalizzazione della violenza. Dall’altro lato, forti emozioni negative inibiscono il ragionamento, attivando aree primordiali del cervello che competono con i lobi frontali.

Infine, la dieta schizofrenica che viene proposta dai mass media produce nel pubblico una chiara scelta: occuparsi del mondo reale, difficile da capire, amaro e indigesto, pieno di peli e di compromessi, “di armi e munizioni, di scheletri e di schifezze”, oppure dedicarsi al cibo sintetico e premasticato del mondo virtuale della televisione, dei gattini e delle tettone, dei videgiochi, della pornografia, delle droghe legali e non. Se la scelta è tra topi morti e meringhe di plastica, in effetti, anche io avrei pochi dubbi.

Così un po’ alla volta il legame con la realtà si attenua, anzi diventa una costrizione da fuggire. E guardiamo il risultato di qualche decennio di questo trattamento:

Abbrutiti da finzioni di violenza, davanti alla vera violenza siamo prima di tutto inerti, e quindi inermi.
Lontani dal mondo reale, siamo confusi, non sappiamo interpretare le cose che succedono né abbiamo la lucidità e la forza per farlo.
Spaventati dal futuro, preferiamo non pensarci, e rifugiarci in un confortevole mondo di distrazioni e consumi industriali.

È difficile non notare come ogni singolo punto concorra a creare quella che è condizione di fondo delle società occidentali oggi: subire il proprio tempo e volerlo fuggire, vivere con la paura di domani e il rimpianto di ieri.

Figure di carta che bevono nuovi pensieri
E fragili miti creati dal mondo di ieri
Disperdono giovani forze sottratte al domani
Lasciando distorte le menti e vuote le mani
Consumi la vita sprecando il tuo tempo prezioso
Raggeli la mente in un vano e assoluto riposo
Trascorri le ore studiando le pose già viste
Su schermi elettronici oppure su false riviste
E tieni le orecchie tappate agli inviti del suono
E questa è una polvere grigia che cade sugli occhi dei figli dell’uomo

Deciso a sfuggire il tuo tempo che soffia e ribolle
Non abile a prendere il passo di un mondo che corre
Coraggio è soltanto una strana parola lontana
Tu cerchi rifugio in un pezzo di canapa indiana
Il sesso che prendi con facile e semplice gesto
Rimane ancora e di nuovo soltanto un pretesto
E ancora nascondi la testa alla luce del sole
Il sesso è scoperto però hai coperto l’amore
E tieni le orecchie tappate… agli inviti del suono
E questa è una polvere grigia che cade sugli occhi dei figli dell’uomo

Fai parte di un gregge che vive ignorando il domani
E corri da un lato e dall’altro ad un cenno di cani
Il mito di un lupo mai visto ti ha fritto il cervello
E corri perfino se il branco ti porta al macello
E dormi nel centro del fiume che corre alla meta
E niente che possa turbare il tuo sonno di seta
Qualcuno ti grida di aprire i tuoi occhi nebbiosi
Ma tu preferisci annegare in giorni noiosi
Non senti che ti stanno chiamando con voce di tuono
E questa è una polvere grigia che cade sugli occhi dei figli dell’uomo.


Bufale razziste, fragili mitomani e politici senza scrupoli.

Chi cavalca l’onda di razzismo, chi fomenta la voglia di forca?

Il vicesindaco di Trieste, Pierpaolo Roberti, si nasconde volentieri dietro una parvenza di politicamente corretto, arrivando a tratti, senza senso del ridicolo, ad accusare le istituzioni di non fare abbastanza per i profughi. I suoi elettori, però, sono più diretti. Sulla pagina Facebook del vicesindaco si leggono ogni giorno, incontrastati, commenti come: “Raus”, “Spariamogli ai piedi”, “Con le squadracce in giro non succederebbe” e altre amenità dal sapore neonazista.

Nel frattempo chi è più suggestionabile trasforma le paure collettive in realtà. Per limitarci agli ultimi 12 mesi e alla città di Trieste, ricordate l’aggressione subita da Manuel Pozzecco, aggredito da sette stranieri in piazza della stazione? Era solo la bufala di un mitomane. E che dire dell’aggressione a Daiane Ferreira Da Silva? Donna, pugilatrice e immigrata, anche lei si inventa una storia inverosimile. Entrambi denunciati per simulazione di reato.

Il vicesindaco e gli altri leghisti, dopo aver costruito e mantenuto un’atmosfera tossica di paura e xenofobia, riscuotono il consenso politico dei titoli dei giornali e passano avanti, mentre altri pagano in prima persona, che siano senzatetto, profughi o fragili mitomani. E poi, tanto, chi le legge le smentite?

Cercando notizie su Trieste ho visto che non è un caso isolato. Solo negli ultimi mesi, e da una ricerca del tutto casuale durata pochi minuti, risulta un episodio simile a settembre 2016 ad Albettone e uno a ottobre a Thiene, entrambi in provincia di Vicenza. A Brescia, questo novembre, una 87enne ha denunciato per strupro il vicino romeno 32enne, poi assolto dal test del dna.

E arriviamo a ieri e alla recentissima notizia di un’aggressione a una ragazza, in pieno pomeriggio, da parte di “tre stranieri”. Il fatto è stato prima annunciato dal padre della vittima a un consigliere comunale leghista, successivamente alla rivista TriestePrima, e solo il giorno successivo alla Questura. Un’interessante percorso che, insieme ad altri dettagli, fa dubitare della verità dell’evento e rende indubitabile il desiderio di strumentalizzare un grave fatto di cronaca, per altro tutto da dimostrare.

Nel frattempo viene organizzata in grande fretta una manifestazione xenofoba, con due lenzuoli vergati di nero: “Non vi vogliamo”, “Fuori dai coglioni”) proprio in via dell’Istria, davanti alla sede della Caritas. (Incidentalmente: gli stessi leghisti poi si vendono come difensori dei “valori cristiani”).

Intanto restiamo in attesa di sapere che cosa è successo davvero. Naturalmente la cosa più importante è la salute della ragazza, se l’aggressione c’è stata si tratta di un episodio grave. Ma nell’attesa di informazioni certe, i surfisti dell’odio hanno indossato la muta e si divertono un mondo.


Tagesschau

Sabato scorso la polizia tedesca ha arrestato il presunto assassino e violentatore di una ragazza di Friburgo. A differenza della maggioranza dei media nazionali la Tagesschau, il seguitissimo telegiornale delle 20 della rete pubblica ARD, non ha dato la notizia. Immediatamente sono impazzate le polemiche: il sospettato, infatti, è un diciassettenne afgano. Da un lato la Tagesschau viene accusata di aver cercato di nascondere il fatto per non mettere in difficoltà il governo, dopo la politica delle “porte aperte” del 2015. Dall’altro le si contesta l’ingenuità con cui avrebbe portato nuova acqua nel mulino dei populisti che gridano alle “stampa menzognera”. Per il caporedattore Kai Gniffke si è trattato di una scelta conforme alle linee guida del telegiornale, secondo cui viene data copertura soltanto ad eventi di rilevanza nazionale e internazionale. Cosa si deve pensare, in effetti, di giornalisti che danno notizia di un crimine soltanto quando il colpevole è straniero? Tuttavia molti critici sostengono che la questione era già diventata di rilevanza nazionale dal momento in cui aveva suscitato un amplissimo dibattito. Se le cose stanno così il tema di un eventuale servizio della Tagesschau non avrebbe però dovuto essere l’arresto del sospettato, ma il dibattito stesso. Si sarebbe potuto dedicare un approfondimento a quella che ha tutta l’aria di essere una psicosi, alla sua strumentalizzazione a fini politici e alle dinamiche minacciose e brutali delle generalizzazioni. Ma sarebbe stato difficile comprimere tutta questa complessità in un servizio del telegiornale e forse, alla fine, in molti avrebbero ricordato soltanto una cosa dell’intera vicenda: il colpevole era afgano. Ammesso che la notizia andasse davvero data, un’alternativa avrebbe potuto essere capovolgere la prospettiva e concentrarsi di più sulla vittima. Per cercare di fare luce sull’origine di una violenza che è diffusa in tutti i gruppi nazionali e trae alimento dall’esaltazione del dominio e della muscolarità. Una violenza che si esprime in mille modi, miete vittime senza sosta e si riversa con particolare crudeltà sulle donne.


I gigli che non lavorano e non filano

In un capitolo di Benedizione, un libro di Kent Haruf che mi è piaciuto molto, vengono letti alcuni brani del discorso della montagna. Così mi è venuta voglia di rileggere l’intero sermone e, quando sono arrivato al passaggio “Osservate i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro”, mi si è accesa una lampadina. Dietro a quell’immagine c’era una scoperta che avevo già fatto in passato e che adesso volevo ritrovare. Ci ho pensato un bel po’ prima di ricordarmi che si trattava del frutto di una riflessione sollecitata da un bel articolo letto alcuni anni fa. Peter Kammerer, che ne è l’autore, cita un emozionante frammento da Keynes, che a mia volta riporto estrapolandolo dal suo contesto (anche per questo rimando all’articolo):

Vedo gli uomini liberi tornare ad alcuni dei principi più solidi e autentici della religione e delle virtù tradizionali: che l’ avarizia è un vizio, l’esazione dell’usura una colpa, l’amore per il denaro spregevole, e che chi meno s’affanna per il domani cammina veramente sul sentiero della virtù e della profonda saggezza. Rivaluteremo di nuovo i fini sui mezzi e preferiremo il bene all’utile. Renderemo onore a chi saprà insegnarci a cogliere l’ora e il giorno con virtù, alla gente meravigliosa capace di trarre un piacere diretto dalle cose, i gigli del campo che non seminano e non filano (Matteo 6, 26-30).

Trovo eccezionale la potenza di queste parole che smuovono in me una valanga di immagini piacevoli. La libertà di attribuire valore alle cose che non procurano un vantaggio materiale, come, che ne so, il profumo della menta, un accento un po’ buffo o le luci del tramonto. Perché se importasse soltanto ciò che ci fa ingrassare o ci garantisce sicurezza, non ci sarebbe qualcosa di disperatamente scontato nelle nostre esistenze? E non è forse in virtù di questa stessa libertà che, nel campo delle relazioni umane, riusciamo a sfuggire almeno agli imperativi più stringenti della logica del do ut des e a diventare, così, dei soggetti? Mi solletica il dubbio che tra i gigli mossi dal vento si possa trovare tanto significato che, persino se il campo si dovesse rivelare un’isola infinitesimale, un brevissimo accidente nella storia dell’universo, in fondo andrebbe bene comunque.


La staffetta

Oggi io e Anna abbiamo lavorato nella nostra palestra di arrampicata con un gruppo di bambini di otto anni. Erano piuttosto vivaci, ma nel complesso ben educati e gli abbiamo fatto provare un po’ di giochi propedeutici per il boulder. L’ultimo gioco prevedeva una staffetta in cui due gruppi competono nel raccogliere il maggior numero possibile di carte da un mazzo che si trova in cima a una piccola parete. Molti dei bambini si sono trasformati improvvisamente in ultras, incitando fino a sgolarsi i membri della propria squadra, colpevolizzando quelli che erano troppo lenti e alla fine i bambini della squadra perdente sono stati presi un po’ in giro. In fondo non è successo niente di grave, ma mi impressiona quanto profondamente sia stato interiorizzato il principio della competitività da ragazzini così piccoli. Senza voler demonizzare la competitività che ha senz’altro la sua utilità in diversi contesti, mi domando in che misura questa interiorizzazione così pervasiva e precoce della competizione provochi dei danni che a lungo termine finisce per pagare la società nel suo insieme. In che misura per esempio alimenti la frustrazione derivata dal confrontarsi compulsivamente con gli altri, o se non abbia qualcosa a che fare con l’inclinazione diffusa a concepire il nostro prossimo come un concorrente, se non come un avversario. Spero che non sia patetico, ma noi stiamo pensando di cambiare le regole del gioco: dalla prossima volta si corre tutti in una squadra contro il tempo. Almeno quello non lo prende per il culo nessuno.


Proprio ‘na mazza (III)

Problema:

Una delle conseguenze più traumatiche della globalizzazione è la contrazione dei margini di manovra della politica nazionale, che sempre più spesso deve chinarsi di fronte alle pressioni dei mercati internazionali. Proprio in una fase storica tanto delicata si manifestano numerosi segni di un malcostume politico diffuso che intacca gravemente la credibilità delle istituzioni.

Risposta 1: CORROTTI E INCAPACI! TUTTI A CASA!

Risposta 2: Quali sono le reazioni plausibili alla contrazione della sovranità nazionale? Come si possono conciliare le ragioni della democrazia, della sostenibilità ecologica e della giustizia sociale con la realtà della globalizzazione? È vero che siamo di fronte a fenomeni di corruzione di dimensioni molto preoccupanti per cui non ci deve essere alcuna indulgenza. Allo stesso tempo si tratta probabilmente del risultato di un cortocircuito tra una cultura che esalta i potenti e la loro spregiudicatezza e l’incapacità di esercitare senso critico e la disinformazione sempre più diffuse in larghi strati della cittadinanza. Sostituire la classe dirigente non sarà sufficiente a sortire alcun cambiamento finché non si affronteranno questi problemi.

Quale di queste due è la risposta più convincente? Penso che sia la prima, nonostante si tratti probabilmente di una risposta sbagliata, perché la semplificazione (tutti i politici sono cattivi, al contrario di noi cittadini) distorce la realtà. E perché concentrando tutta l’attenzione su una sola parte del problema la si distoglie dalle altre che sarebbe altrettanto necessario affrontare. Con questo problema ho cercato di dare un esempio di come le semplificazioni ideologiche (non sono convinto di questa definizione, ne abbiamo una migliore?) tendano a prevalere su punti di vista più equilibrati. Credo che sia un modello applicabile anche ad altre questioni attuali. Si può per esempio immaginare un altro problema (senz’altro diverso, non intendo mettere sullo stesso piano antipolitica e islamofobia) in cui la risposta 1 reciti: È TUTTA COLPA DEI MUSULMANI!

Il fatto è che la semplificazione offre una soluzione e quindi la speranza che il problema sia superabile con una certa facilità, mentre la risposta 2 tende addirittura alla moltiplicazione dei problemi. Ma ci sono anche molte altre ragioni per cui le risposte 1 di cui spesso si avvalgono i movimenti populisti fanno così tanta presa sull’opinione pubblica. Provo ad immaginarmene alcune: permettono di individuare dei capri espiatori cui attribuire ogni male e quindi di non mettere in discussione sé stessi e il proprio modo di stare al mondo; attribuiscono alla realtà un significato, una certa intelligibilità, offrendoci degli appigli contro la paura atavica della vanità, dell’assurdità dell’esperienza umana; permettono di schierarsi, rispondono quindi al bisogno di identità e di una comunità che ci protegga.

Se questa è la forza delle semplificazioni ideologiche il quadro è allarmante, perché in relazione ai problemi enormi che dobbiamo affrontare nel dibattito pubblico tenderanno ad affermarsi argomentazioni sbagliate. In questa situazione mi vengono in mente tre direzioni che si potrebbero esplorare.

1. È possibile dare vita a un “populismo buono” che, magari con qualche cautela, si serva di semplificazioni ideologiche per promuovere politiche solidali, lungimiranti, eque e sostenibili?

È molto tempo che ci penso e la nascita di Podemos mi sembrava un fenomeno molto interessante proprio perché pareva andare in questa direzione. Poi ne ho seguito poco l’evoluzione e non sembra possibile prendere la situazione politica spagnola come riferimento ideale, ma potrebbe essere un caso studio. Se però si perseguisse questa strada dell’appropriazione di elementi populisti potrebbero presentarsi diversi problemi di difficile soluzione. Innanzitutto non si vede perché sul terreno del populismo non dovrebbero finire per affermarsi i populisti veri anziché quelli in erba. Forse mi sbaglio, ma mi pare che si tratti di uno scenario che presenta alcune analogie con la storia recente della politica italiana (e forse non solo con quella): la sinistra, che aspira a diventare forza di governo, si mette a fare concorrenza alla destra sul piano della crescita economica, della sicurezza, dell’espansione dei consumi e finisce per condannarsi a una lunga fase di subordinazione culturale di cui ancora non si vede la fine. Altri forti dubbi suscita il fatto che la strada delle semplificazioni non favorisce la maturazione di un’opinione pubblica critica (anche auto-), equilibrata e informata e quindi difficilmente crea le condizioni per un miglioramento stabile della qualità della democrazia.

2. Si può fare in modo che la debolezza diventi “in”?

È possibile che un’attitudine equilibrata, critica e sensibile alla complessità stabilisca una specie di “egemonia culturale”? In questo senso il dibattito su bufale, fake news, debunking ecc. che sta prendendo piede negli ultimi tempi potrebbe preludere a un nuovo costume, a una nuova cultura dell’informazione. Quali dovrebbero essere le sue caratteristiche? Come si può fare e dove si deve agire (media, educazione?) per renderla “egemonica”? Mi viene in mente, a titolo di esempio, che una possibilità per far diventare in il senso critico potrebbe essere usare l’umorismo per screditare i paralogismi grossolani della semplificazione ideologica.

3. Può essere che la debolezza sia la nostra vera forza?

Forse quella che questo paradosso esprime è una speranza troppo fragile, anche perché nel lungo periodo siamo tutti morti. Ma io ci sono parecchio affezionato. Non può essere che continuare ad argomentare in modo complesso, con “sì, ma” e “no, ma”, sia la strada giusta nonostante non permetta di imporsi immediatamente nelle discussioni? Se continuassimo a sperimentare forme di comunicazione e di discussione corrette, serie, documentate e civili, finalizzate all’acquisizione di sapere e non all’affermazione di una posizione data, sarebbe plausibile che dimostreremmo che queste modalità non sono soltanto possibili, ma permettono anche di ottenere risultati migliori? È illusorio pensare che non ci dobbiamo lasciare scoraggiare dagli insuccessi, perché siamo dei pionieri e prima dell’affermazione di ogni nuovo paradigma serve raggiungere una massa critica di sperimentazione?fine, finalmente