Author Archives: noreset

L’estremo centro

All’origine della mediocrità c’è – secondo Deneault (nella foto qui sopra) – la morte stessa della politica, sostituita dalla “governance”. Un successo costruito da Margaret Thatcher negli anni 80 e sviluppato via via negli anni successivi fino a oggi. In un sistema caratterizzato dalla governance – sostiene l’autore del libro – l’azione politica è ridotta alla gestione, a ciò che nei manuali di management viene chiamato “problem solving”. Cioé alla ricerca di una soluzione immediata a un problema immediato, cosa che esclude alla base qualsiasi riflessione di lungo termine fondata su principi e su una visione politica discussa e condivisa pubblicamente. In un regime di governance siamo ridotti a piccoli osservatori obbedienti, incatenati a una identica visione del mondo con un’unica prospettiva, quella del liberismo.

http://angelomincuzzi.blog.ilsole24ore.com/2016/06/19/la-mediocrazia-travolti-mediocri-hanno-preso-potere/


L’immediata funzione sociale

“Il modo di essere del nuovo intellettuale non può più consistere nell’eloquenza, motrice esteriore e momentanea degli affetti e delle passioni, ma nel mescolarsi attivamente alla vita pratica, come costruttore, organizzatore, “persuasore permanentemente” perché non puro oratore – e tuttavia superiore allo spirito astratto matematico; dalla tecnica-lavoro giunge alla tecnica-scienza e alla concezione umanistica storica, senza la quale si rimane “specialista” e non si diventa “dirigente” (specialista + politico).”

Antonio Gramsci, L’intellettuale organico


L’antico minestrone

https://theconversation.com/how-we-discovered-that-people-have-been-cooking-plants-in-pots-for-10-000-years-71032

https://www.youtube.com/watch?v=poPmNJy4jB4


Love You


Das Staffelspiel

Автор: Bundesarchiv, Bild 183-41708-0008 / Wendorf; Wlocka / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5665376

Anna und ich haben heute mit einer Kindergruppe von Achtjährigen gearbeitet. Sie waren ziemlich lebhaft, aber insgesamt gut erzogen und wir haben mit ihnen einige Bouldervorbereitungsspiele gemacht. Das letzte Spiel stellte ein Staffelspiel dar, währendessen zwei Teams wetteiferten, um die meisten Karten von einem Stapel am Gipfel der Kletterwand zu sammeln. Plötzlich wurden viele der Kinder zu Hooligans, die sich die Lunge aus dem Hals schrien, um die Mannschaftskameraden anzufeuern. Dagegen wurden die langsamsten unter den Kindern stigmatisiert und dann die Mitglieder der Verlierermannschaft ein bisschen verspottet. Im Grunde ist nichts schlimmes passiert, aber es beeindruckt mich sehr, wie tief der Wettbewerbgrundsatz schon von so kleinen Wesen verinnerlicht wurde. Damit will ich nicht die Wettbewerbe verteufeln: Bestimmt können sie in verschiedenen Zusammenhängen nützlich sein. Jedoch frage ich mich inwiefern diese so durchdringende und frühzeitige Verinnerlichung der Konkurrenz Schaden verursachen kann, den langfristig die ganze Gesellschaft bezahlen muss. Zum Beispiel wie die Frustration dadurch geschürt wird, denn wir neigen dazu, uns immer und zwangsneurotisch mit den anderen zu vergleichen. Oder ob diese Verinnerlichung vielleicht etwas mit der verbreiteten Neigung zu tun hat, unsere Mitmenschen als Konkurrenten, wenn nicht als Gegner, aufzufassen. Ich hoffe, dass es nicht pathetisch klingt, aber wir denken gerade darüber nach, die Spielregeln zu verändern: das nächste Mal laufen alle zusammen gegen die Zeit. Sie sollte wahrscheinlich von niemandem verspottet werden.


“The business model is the message”

https://medium.com/@SeanBlanda/medium-and-the-reason-you-cant-stand-the-news-anymore-c98068fec3f8#.g4ld7ras3

“Most outlets chasing reach leverage social media (mostly Facebook) to get content read by as many people as possible. This changes the reward from “quality” and “originality” to getting content to spread virally. This decreases trust. In fact, it’s better to have more content than less, so lots of disposable stuff is written quickly, with little regard to what it adds to discourse. This decreases trust. Virality requires a visceral emotional reaction by the reader, regardless of nuance or truth. This decreases trust. Bonus points if you can shame an “other side” that your audience is galvanized around, and alienate those not included in your chosen tribe (hold that thought). This decreases trust. Then, enterprising people create content with the sole focus of taking advantage of this machine which floods the zone (like our friends with the Dwayne Johnson story) and, yes, decreases trust. Meanwhile, campaigns for companies are written as articles and published in an outlet’s feed, further confusing readers which… well, you get it.

However, these outlets have to do these things in order to pay for the “good” stuff. Yes, news outlets (and their fans) can point to the great reporting done by their outlet. But they often ignore the consequences of how that reporting is funded. Yes, advertisers can claim that some algorithm places their ads. But they ignore that their marketing budget is supporting sites with deceitful ends. Yes, social networks can claim they want to be an agnostic platform. But they ignore the credibility they give bad content.

Meanwhile the reader sees the entire picture, often unable to separate what’s an opinion, what’s an ad, what’s fake, what’s a “quick hit”, what’s a deeply reported story, or what’s sponsored content. To continue the metaphor, it’s like if Ford only profited when it sold unsafe cars slapped with the Ford logo at its dealerships. And then, years later, wondered why nobody trusted them anymore.”


L’umore del paguro è cupo

Di T.Friedrich – Photo, CC BY 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1245385

Anche nell’era della “post-verità” esistono delle percezioni largamente condivise. Come l’impressione di trovarsi nel bel mezzo di una crisi angosciante e che molti segni presagiscano turbolenze ancora più violente. Non è il mio mestiere, ma mi sembra più che plausibile che esistano dei legami tra questo senso di insicurezza e la costernazione che spesso si abbatte su di me e su molti di coloro che mi stanno vicino. Ci sono poi alcuni sintomi che questa percezione della crisi è diffusa anche in altri dintorni sociali. Parlerei volentieri a lungo dell’avidità scomposta con cui ultimamente ci si precipita a pronunciare la parola guerra, ma per ora mi limiterò a vederci un segno dell’attesa un po’ millenaristica di una frattura dirompente, di una cesura purchessia che acceleri la crisi e ponga fine a questa epoca di ansia insostenibile.

D’altra parte c’è ben poco da stare allegri, se guardiamo all’imperversare della guerra, alla spada di Damocle delle catastrofi ambientali o all’ascesa del nazionalismo xenofobo. Ma prima di chiudere le persiane e abbandonarci sul letto nell’attesa dell’inevitabile, meriterebbe che provassimo a concentrarci non solo sulle cose che precipitano, ma anche su quelle che “tengono”. Ora, cercare dei punti fermi in tempi complicati è un compito piuttosto ingrato (non si fa in tempo a trovare dei dati rassicuranti sulla diminuzione della povertà che vengono contestati; o a leggere che al di là delle apparenze viviamo in un’epoca relativamente pacifica, che si viene smentiti) a cui faremmo bene a dedicare molto più tempo. Ma, se non si può dimenticare che l’ottimismo può essere un’ideologia tutt’altro che innocente, non si deve neanche ignorare che a impegnarsi per la convivenza, la nonviolenza e la salvaguardia dell’ambiente non sono più soltanto sparute minoranze. O che coltiviamo quotidianamente relazioni all’insegna di un umanesimo antideologico e cosmopolita che soltanto pochi decenni avrebbe avuto dei tratti fortemente utopici. O che abbiamo la fortuna di vivere in paesi che sono meno violenti e più liberi di quanto non lo fossero in passato. Sono dati che vanno discussi e contestualizzati, ma su cui forse qualcosa si può anche costruire.

Ovviamente, come non credo che si possa dimostrare l’inevitabilità della catastrofe, mi guardo bene dall’escludere che avvenga. Sostengo solo che in futuro sarebbe disdicevole scoprire che, mentre fissavamo il vuoto rassegnati, l’avremmo potuta ancora evitare. Se solo ci fossimo resi conto che in un’epoca tanto magmatica come quella attuale non si nascondevano soltanto minacce, ma anche opportunità. Proprio sotto la pressione dell’aggravarsi delle guerre, delle incomprensioni tra culture e popoli e del degrado ambientale, per esempio, potrebbe diventare possibile raccogliere le energie necessarie per imprimere una svolta decisa in direzione della convivenza e della sostenibilità. Tanto più nel momento in cui si riuscisse a far capire che il re è nudo e che la reazioni egoiste, violente, macho-nazionaliste ai traumi della nuova modernità non solo non costituiscono una soluzione, ma contribuiscono da più di vent’anni ad aggravare i problemi che ci troviamo di fronte. Se tutto il mondo è finalmente connesso forse non è solo per trasmettere il suono delle trombe dell’Apocalisse in mondovisione, ma anche per dare una circolazione priva di precedenti a delle idee buone. Ne abbiamo?

Può essere che tutto questo sia terribilmente naïf o l’espressione di un volontarismo idiota screditato da più di duecento anni. Se anche fosse così, continuerei comunque a chiedermi se distogliere di tanto in tanto lo sguardo da quelli che ci sembrano i segni premonitori del disastro imminente non ci aiuterebbe a essere un po’ più felici.


Cipolle dormienti

È inverno e le cipolle pensano.
Nel silenzio preparano la prossima Primavera,
come il politico e patriota che passeggiò per Parigi,
aspettando a maggio il mese di Aprile,
lavorando per la libertà dei propri figli
e per il diritto allo studio di ogni Arte.

https://www.youtube.com/watch?v=nz2MBC7q834

Letter from John Adams to Abigail Adams, post 12 May 1780

My dear Portia,
[…]

Since my Arrival this time I have driven about Paris, more than I did before. The rural Scenes around this Town are charming. The public Walks, Gardens, &c. are extreamly beautifull. The Gardens of the Palais Royal, the Gardens of the Tuilleries, are very fine. The Place de Louis 15, the Place Vendome or Place de Louis 14, the Place victoire, the Place royal, are fine Squares, ornamented with very magnificent statues. I wish I had time to describe these objects to you in a manner, that I should have done, 25 Years ago, but my Head is too full of Schemes and my Heart of Anxiety to use Expressions borrowed from you know whom.

To take a Walk in the Gardens of the Palace of the Tuilleries, and describe the Statues there, all in marble, in which the ancient Divinities and Heroes are represented with exquisite Art, would be a very pleasant Amusement, and instructive Entertainment, improving in History, Mythology, Poetry, as well as in Statuary. Another Walk in the Gardens of Versailles, would be usefull and agreable. But to observe these Objects with Taste and describe them so as to be understood, would require more time and thought than I can possibly Spare. It is not indeed the fine Arts, which our Country requires. The Usefull, the mechanic Arts, are those which We have occasion for in a young Country, as yet simple and not far advanced in Luxury, altho perhaps much too far for her Age and Character.

I could fill Volumes with Descriptions of Temples and Palaces, Paintings, Sculptures, Tapestry, Porcelaine, &c. &c. &c. — if I could have time. But I could not do this without neglecting my duty. The Science of Government it is my Duty to study, more than all other Studies Sciences: the Art of Legislation and Administration and Negotiation, ought to take Place, indeed to exclude in a manner all other Arts. I must study Politicks and War that my sons may have liberty to study Painting and Poetry Mathematicks and Philosophy. My sons ought to study Mathematicks and Philosophy, Geography, natural History, Naval Architecture, navigation, Commerce and Agriculture, in order to give their Children a right to study Painting, Poetry, Musick, Architecture, Statuary, Tapestry and Porcelaine.
Adieu.


Storia di Natale numero 2

C’è poi un’altra questione che fa andare lo spumante di traverso. Il cellulare dei clandestini! Che se hanno così tanti soldi da prendersi il telefonino, cosa vogliono da noi? È un tormentone, la prova del nove che gli immigrati vengono qui proprio con l’intento di rompere la palle a noi. Gli piace così tanto che ci rischiano la vita. E spesso la perdono. Ma accantoniamo un momento questi pensieri e concentriamoci sul Gran mistero del telefonino. Perché tanti dei migranti che arrivano in Italia ne hanno uno? Basterebbero pochi click per scoprire che nella gran parte del mondo avere un telefonino è normale da tempo. Anche nei paesi più poveri il telefonino garantisce l’accesso a servizi e informazioni tanto importanti che le persone sono disposte a grandi sacrifici per prendersene uno.

Proviamo ora a fare un esercizio di immaginazione. Diciamo che siamo convinti che per noi non ci sia più alcuna prospettiva nel nostro paese o che la nostra città venga spazzata via da una guerra devastante che nessuno può o vuole fermare. Immaginiamo che decidiamo di partire per un viaggio lungo e pericoloso, verso paesi di cui ignoriamo la lingua, la geografia e le leggi. Un viaggio lungo il quale è vitale informarsi su quali trafficanti sono “affidabili”, su come evitare i campi di battaglia, gli schiavisti e le polizia. Se per caso appartenessimo a quella minoranza di persone che non ha il cellulare, che cosa cercheremmo di procurarci prima di partire?


Storia di Natale numero 1

A Natale siamo tutti più buoni, però certe cose alla gente non gli vanno proprio giù. E così capita che anche durante il pranzo del venticinque qualcuno sbotti. Perché non se ne può più della criminalità che imperversa e se la Polizia non fa nulla sarà necessario fare giustizia da soli (anche se è Natale). Ci sentiamo sempre più insicuri e affrettiamo il passo sulla strada tra il parcheggio e la porta di casa, che chiudiamo a doppia mandata. Ma di rado ci viene in mente di andare a vedere quanto sia aumentata la criminalità negli ultimi tempi. Se lo facessimo scopriremmo che – ¡carramba! – la criminalità diminuisce. Nonostante il gran numero di stranieri che sbarca ogni anno sulle nostre coste. Ovviamente questo non significa che in realtà specifiche i problemi non siano fuori controllo e non esaurisce ogni questione sul rapporto tra criminalità e immigrazione. Però, accipicchia, forse non sarebbe stato necessario rinunciare all’aperitivo perché non volevamo prendere più l’autobus di sera. E come è possibile allora che ci siamo sentiti così? Come è possibile che si sia creata questa percezione sbagliata? Chi è il vero ladro della nostra tranquillità? Lascio la risposta ai lettori.