Pamphlet dalla cucina n. 1
Noi vogliamo una società in cui ognuno possa vivere secondo le sue esigenze. Uno società in cui chi ama scrivere sia messo nelle condizioni di scrivere e chi si vuole prendere cura dei bambini abbia la possibilità di farlo – e che questi ruoli possano essere scambiati, quando i bambini diventano troppo rumorosi o la scrivania troppo solitaria.
Vogliamo un mondo in cui ogni persona possa sentirsi stimata, sia che scelga di studiare o di fare l’artigiana o l’artista, che il papà o la mamma. Vogliamo che ognuno si senta apprezzato, sia che decida di trascorrere la propria vita al paese (perché ci vive volentieri), sia che lasci la sua città di origine (per propria volontà o per costrizione) per venire a stare qui da noi.
Vogliamo una società in cui le persone siano soddisfatte e si occupino di cose che le rendono felici. Perché? Perché anche noi vogliamo essere felici. Ma anche perché siamo convinti che cose belle, buone ed entusiasmanti hanno origine solo se facciamo cose che ci interessano e che ci piacciono.
Ma come si può creare una società del genere? Solo se siamo noi stessi a viverla. Il primo passo è diventare consapevoli delle nostre esigenze e trarne le dovute conseguenze. Non ci dobbiamo giudicare secondo schemi ritriti, ma osare l’esplorazione di strade nuove, davvero nostre.
Perché come possiamo batterci per il diritto a una vita libera e autonoma se non concediamo questo diritto nemmeno a noi stessi? Come possiamo prendere nella giusta considerazione altre idee e approcci, se giudichiamo noi stessi in base a criteri che non condividiamo? Come possiamo essere credibili se non crediamo a noi stessi?
Nella tecnologia Open-Space esiste una regola che recita: “chi c’è, è la persona giusta”. Con ciò si intende spesso: per la relazione che hai preparato, invece dei venti che si erano detti interessati, viene una sola persona che ha capito male il tema? Non fa niente. Hai comunque l’opportunità di discutere con lui delle cose che vi stanno a cuore – così potrà nascere qualcosa di nuovo.
Dobbiamo liberarci dal peso delle aspettative, dei requisiti fondamentali, dall’idealizzazione dell’esperienza. Tucholsky ha detto una volta: l’esperienza non significa un bel niente: si può benissimo fare una cosa male per 35 anni! E ha ragione! Forse che i politici diventano migliori nel corso del loro secondo mandato? A scuola erano i nostri insegnanti vecchi a essere più bravi? No. Erano quelli che si divertivano a fare lezione e che avevano abbastanza coraggio da non lasciarsi paralizzare dalle imposizioni dell’offerta formativa e del piano di studi.
Non mi fraintendete. È bello impegnarsi per qualcosa, appropriarsi di un sapere e volersi costantemente migliorare. È anche importante ammirare gli altri e fare tesoro della loro esperienza. Ma non ci possiamo nascondere dietro a loro. Non possiamo aspettare di parlare, scrivere e pensare bene quanto loro, prima di prendere la parola. Dobbiamo imparare ad avere stima in noi per come siamo fatti, con i nostri punti di forza, ma anche con tutte le nostre debolezze. E dobbiamo trovare il coraggio di contribuire a dare forma all’ambiente e al mondo in cui viviamo. Questo può funzionare solo se partecipiamo in prima persona, se rendiamo pubbliche le nostre idee. E, sì, faremo le cose altrimenti. Forse in modo più caotico, forse in modo più strutturato, più o meno faticosamente, in cooperazione con gli altri o da soli. Ma è così come le facciamo che sarà il modo giusto. Perché noi siamo parte di questa società. Perché noi SIAMO questa società.
