Il duello

Ricordo, mi pare fosse con la maestra Tiziana, che all’epoca dei primi temi in classe fui invitato a fare finta che i miei lettori venissero da Marte. Oggi credo di potermi finalmente mettere nei panni di quel pubblico di omini verdi. L’esperienza rivelatrice è stata il confronto tivù tra i due candidati che si contendono il ruolo di Cancelliere alle elezioni tedesche del prossimo 24 settembre, Angela Merkel (cristianodemocratici) e Martin Schulz (socialdemocratici).

Nel corso di quello che è stato enfaticamente definito TV-Duell, mandato in onda da quattro dei principali canali tedeschi per contribuire al prosperare della democrazia, ho infatti scoperto che la Germania è un paese sostanzialmente privo di politica interna e di contraddizioni. Insomma, andrebbe tutto bene, se non fosse per quel guazzabuglio impertinente e minaccioso che è il mondo lì fuori.

Non a caso il tema su cui si concentrano la gran parte delle attenzioni è quello dell’immigrazione. L’inizio è incoraggiante: entrambi i candidati fanno cadere l’accento sul termine Menschen, persone, e ricordano che la Costituzione proclama l’intangibilità della loro dignità. Un invito a immedesimarsi nell’umanità in fuga dal flagello della guerra, dalla privazione di speranza. Se guardo all’approccio miserabile con cui si affronta – leggi strumentalizza – la questione in Italia, mi viene da commuovermi. Ma non dura molto. Perché poi si scopre che per Merkel vanno bene i siriani, però tra i nordafricani in Germania si rileva un’inclinazione alla devianza cui è necessario rispondere con fermezza. Incalzato da uno dei moderatori (Claus Strunz) che sembra sentirsi investito dell’originalissima missione di dare finalmente voce all’uomo qualunque, Schulz non vuole essere da meno. Si innesca così una corsa al rialzo per vedere chi sarà più efficiente nell’effettuare i rimpatri di chi commette reati o non ha i requisiti per richiedere l’asilo, come se fosse legittimo assimilare le due categorie. Ancora una volta la questione della criminalità viene menzionata in relazione alla nazionalità, anziché all’emarginazione sociale, come sarebbe appropriato. Nessuno sembra avvertire che questa (neanche tanto) implicita associazione rafforza la mentalità discriminatoria a cui si deve la lunga serie di violenze a sfondo razziale che hanno interessato anche la Germania negli ultimi anni. Ma come è possibile che dopo aver solennemente rifiutato di distinguere tra noi e loro Merkel e Schulz si abbandonino a questa retorica da far west? Questo equilibrismo acrobatico è conseguenza del fatto che entrambi vogliono fare appello a elettori con sensibilità distantissime tra loro, da quelli per cui l’impegno per la convivenza tra diversi noi è una priorità, a quelli che potrebbero finire per votare l’Alternative für Deutschland, partito xenofobo a cui i sondaggi attribuiscono circa il 10% delle preferenze. È per questo che Schulz ha cercato di mostrare i muscoli anche nel trattare dell’altro tema centrale del duello, il rapporto con la Turchia. Le relazioni tra i due paesi sono sempre più travagliate da una crisi che ha visto alcuni dei suoi apici nel riferimento di Erdoğan a “pratiche naziste”, dopo che al suo Ministro degli Esteri era stato negato il permesso di fare campagna elettorale in Germania per il referendum dello scorso aprile e nell’incarcerazione di 12 cittadini tedeschi, tra cui diversi giornalisti e attivisti per i diritti umani. Secondo Schulz, dal momento che l’unico linguaggio che Erdoğan sembra intendere è quello della forza, è su questo che si deve fare leva senza ulteriori esitazioni, sollecitando l’interruzione dei colloqui di adesione della Turchia all’Unione europea. Si tratta di una posizione diversa da quella che la SPD aveva fino a quel momento e che il candidato socialdemocratico ha sfoderato come mossa a sorpresa per cercare di mettere Merkel alle strette dimostrandosi più determinato di lei. Ma al di là dei toni apparentemente acerbi emerge il fatto che su molti temi i due contendenti la pensano sostanzialmente nello stesso modo, tanto che spesso li si vede annuire mentre il rivale ha la parola. Del resto le cose potrebbero difficilmente stare in modo diverso, dal momento che CDU e SPD governano il paese insieme da quattro anni nell’ambito della grossa coalizione. Si tratta di una formula che entrambi i partiti vorrebbero evitare di ripetere perché il loro incontro al centro dello spettro politico finisce per eroderne consenso a partire dai margini. Tuttavia i due candidati devono eseguire i loro affondi con particolare cautela, perché non è affatto detto che un’alternativa di governo sia possibile: stando ai sondaggi, l’unica altra coalizione a disporre di una maggioranza nel nuovo Parlamento potrebbe essere la cosiddetta Jamaika-Koalition, che dovrebbe tenere insieme cristianodemocratici, liberali e verdi in un’alchimia alquanto instabile. Oltre a queste considerazioni di natura strategica, non ha giovato alla qualità del dibattito il formato show in cui si è scelto di incanalarlo. Probabilmente il fatto che io continui a stupirmene non fa onore al mio spirito d’osservazione, ma i moderatori si sono lanciati alla ricerca della dichiarazione ad effetto, della contraddizione imbarazzante, ma in fondo poco significativa. Hanno sollecitato prontezza di riflessi e capacità di semplificazione, tanto da costringere Merkel e Schulz a una specie di surreale interrogatorio in cui, a questioni come “poiché alle autorità sono noti circa 700 potenziali terroristi, dobbiamo abituarci agli attentati?”, le uniche risposte ammissibili erano un sì o un no. Ma il momento più illuminante della serata è stato dopo la fine del confronto. Io stavo tentando di raccapezzarmi su che cosa fosse successo, quando ho capito che mi stavo ponendo la domanda sbagliata. Quello che suscitava davvero l’interesse mediatico non era di che cosa si fosse discusso, ma chi avesse vinto. Perché, a quanto pare, chi vince il duello televisivo ha buone chance di guadagnare i voti degli indecisi. In particolare Schulz, che i sondaggi danno indietro di 14 punti percentuali rispetto alla Merkel, avrebbe dovuto riportare una vittoria schiacciante per sperare in una rimonta, il che, a prescindere dalle diatribe su quale dei due candidati abbia tagliato per primo il traguardo al fotofinish, non sembra essere avvenuto. Ma il dato di fondo è proprio questa trasfigurazione della politica in una forma di sport, conformemente allo spirito agonistico che sembra rappresentare uno dei pochi denominatori universalmente comuni. Non vorrei drammatizzare, ma forse sullo stato di salute di democrazie in cui l’approfondimento politico si trasforma sempre più in intrattenimento conviene farsi qualche domanda.


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