La coperta e il torneo di Axelrod

Molte delle discussioni cui prendiamo parte hanno per oggetto una coperta. La coperta può avere le più svariate qualità – essere di lana o di cotone, chiara o viola – ma c’è una cosa che la caratterizza sempre: è troppo corta. Così l’oggetto della contesa sarà coprire il collo anziché i piedi, coprire me piuttosto che te. Anni fa un mio professore mi aveva fatto notare come soltanto di rado ci si concentri invece nel tentativo di allargare la coperta. Mi era sembrata subito una considerazione geniale.

In questi giorni mi sono ritrovato in mano il manuale di negoziazione Getting to Yes. Negotiating Agreement Without Giving In. Il libro è un assoluto bestseller e tra le altre cose raccomanda di evitare conflitti oltremodo dispendiosi. Le energie risparmiate potranno essere impiegate nel confezionamento di una soluzione che quasi sempre si dimostrerà più proficua del tira e molla per tutte le parti in causa. I risultati più desiderabili si ottengono quando tutti cooperano, mi pare sia la stessa logica del torneo di Axelrod, descritta in questo bell’articolo.

Per antitesi mi è venuto in mente un tratto culturale piuttosto familiare. L’orgoglio disarmante di coloro che, riusciti a fregare il prossimo, si crogiolano nella gratificazione che conferisce il titolo di più furbo del rione. Come se avessero vinto brillantemente la corsa campestre. L’impresa culturale del nuovo millennio potrebbe consistere proprio nel rendere senso comune l’opportunità di risparmiare molte delle energie dedicate allo strapparsi le cose di mano, per reinvestirle costruttivamente. La moltiplicazione dei pani e dei pesci.


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