
Di T.Friedrich – Photo, CC BY 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1245385
Anche nell’era della “post-verità” esistono delle percezioni largamente condivise. Come l’impressione di trovarsi nel bel mezzo di una crisi angosciante e che molti segni presagiscano turbolenze ancora più violente. Non è il mio mestiere, ma mi sembra più che plausibile che esistano dei legami tra questo senso di insicurezza e la costernazione che spesso si abbatte su di me e su molti di coloro che mi stanno vicino. Ci sono poi alcuni sintomi che questa percezione della crisi è diffusa anche in altri dintorni sociali. Parlerei volentieri a lungo dell’avidità scomposta con cui ultimamente ci si precipita a pronunciare la parola guerra, ma per ora mi limiterò a vederci un segno dell’attesa un po’ millenaristica di una frattura dirompente, di una cesura purchessia che acceleri la crisi e ponga fine a questa epoca di ansia insostenibile.
D’altra parte c’è ben poco da stare allegri, se guardiamo all’imperversare della guerra, alla spada di Damocle delle catastrofi ambientali o all’ascesa del nazionalismo xenofobo. Ma prima di chiudere le persiane e abbandonarci sul letto nell’attesa dell’inevitabile, meriterebbe che provassimo a concentrarci non solo sulle cose che precipitano, ma anche su quelle che “tengono”. Ora, cercare dei punti fermi in tempi complicati è un compito piuttosto ingrato (non si fa in tempo a trovare dei dati rassicuranti sulla diminuzione della povertà che vengono contestati; o a leggere che al di là delle apparenze viviamo in un’epoca relativamente pacifica, che si viene smentiti) a cui faremmo bene a dedicare molto più tempo. Ma, se non si può dimenticare che l’ottimismo può essere un’ideologia tutt’altro che innocente, non si deve neanche ignorare che a impegnarsi per la convivenza, la nonviolenza e la salvaguardia dell’ambiente non sono più soltanto sparute minoranze. O che coltiviamo quotidianamente relazioni all’insegna di un umanesimo antideologico e cosmopolita che soltanto pochi decenni avrebbe avuto dei tratti fortemente utopici. O che abbiamo la fortuna di vivere in paesi che sono meno violenti e più liberi di quanto non lo fossero in passato. Sono dati che vanno discussi e contestualizzati, ma su cui forse qualcosa si può anche costruire.
Ovviamente, come non credo che si possa dimostrare l’inevitabilità della catastrofe, mi guardo bene dall’escludere che avvenga. Sostengo solo che in futuro sarebbe disdicevole scoprire che, mentre fissavamo il vuoto rassegnati, l’avremmo potuta ancora evitare. Se solo ci fossimo resi conto che in un’epoca tanto magmatica come quella attuale non si nascondevano soltanto minacce, ma anche opportunità. Proprio sotto la pressione dell’aggravarsi delle guerre, delle incomprensioni tra culture e popoli e del degrado ambientale, per esempio, potrebbe diventare possibile raccogliere le energie necessarie per imprimere una svolta decisa in direzione della convivenza e della sostenibilità. Tanto più nel momento in cui si riuscisse a far capire che il re è nudo e che la reazioni egoiste, violente, macho-nazionaliste ai traumi della nuova modernità non solo non costituiscono una soluzione, ma contribuiscono da più di vent’anni ad aggravare i problemi che ci troviamo di fronte. Se tutto il mondo è finalmente connesso forse non è solo per trasmettere il suono delle trombe dell’Apocalisse in mondovisione, ma anche per dare una circolazione priva di precedenti a delle idee buone. Ne abbiamo?
Può essere che tutto questo sia terribilmente naïf o l’espressione di un volontarismo idiota screditato da più di duecento anni. Se anche fosse così, continuerei comunque a chiedermi se distogliere di tanto in tanto lo sguardo da quelli che ci sembrano i segni premonitori del disastro imminente non ci aiuterebbe a essere un po’ più felici.