I gigli che non lavorano e non filano

In un capitolo di Benedizione, un libro di Kent Haruf che mi è piaciuto molto, vengono letti alcuni brani del discorso della montagna. Così mi è venuta voglia di rileggere l’intero sermone e, quando sono arrivato al passaggio “Osservate i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro”, mi si è accesa una lampadina. Dietro a quell’immagine c’era una scoperta che avevo già fatto in passato e che adesso volevo ritrovare. Ci ho pensato un bel po’ prima di ricordarmi che si trattava del frutto di una riflessione sollecitata da un bel articolo letto alcuni anni fa. Peter Kammerer, che ne è l’autore, cita un emozionante frammento da Keynes, che a mia volta riporto estrapolandolo dal suo contesto (anche per questo rimando all’articolo):

Vedo gli uomini liberi tornare ad alcuni dei principi più solidi e autentici della religione e delle virtù tradizionali: che l’ avarizia è un vizio, l’esazione dell’usura una colpa, l’amore per il denaro spregevole, e che chi meno s’affanna per il domani cammina veramente sul sentiero della virtù e della profonda saggezza. Rivaluteremo di nuovo i fini sui mezzi e preferiremo il bene all’utile. Renderemo onore a chi saprà insegnarci a cogliere l’ora e il giorno con virtù, alla gente meravigliosa capace di trarre un piacere diretto dalle cose, i gigli del campo che non seminano e non filano (Matteo 6, 26-30).

Trovo eccezionale la potenza di queste parole che smuovono in me una valanga di immagini piacevoli. La libertà di attribuire valore alle cose che non procurano un vantaggio materiale, come, che ne so, il profumo della menta, un accento un po’ buffo o le luci del tramonto. Perché se importasse soltanto ciò che ci fa ingrassare o ci garantisce sicurezza, non ci sarebbe qualcosa di disperatamente scontato nelle nostre esistenze? E non è forse in virtù di questa stessa libertà che, nel campo delle relazioni umane, riusciamo a sfuggire almeno agli imperativi più stringenti della logica del do ut des e a diventare, così, dei soggetti? Mi solletica il dubbio che tra i gigli mossi dal vento si possa trovare tanto significato che, persino se il campo si dovesse rivelare un’isola infinitesimale, un brevissimo accidente nella storia dell’universo, in fondo andrebbe bene comunque.


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