La staffetta

Oggi io e Anna abbiamo lavorato nella nostra palestra di arrampicata con un gruppo di bambini di otto anni. Erano piuttosto vivaci, ma nel complesso ben educati e gli abbiamo fatto provare un po’ di giochi propedeutici per il boulder. L’ultimo gioco prevedeva una staffetta in cui due gruppi competono nel raccogliere il maggior numero possibile di carte da un mazzo che si trova in cima a una piccola parete. Molti dei bambini si sono trasformati improvvisamente in ultras, incitando fino a sgolarsi i membri della propria squadra, colpevolizzando quelli che erano troppo lenti e alla fine i bambini della squadra perdente sono stati presi un po’ in giro. In fondo non è successo niente di grave, ma mi impressiona quanto profondamente sia stato interiorizzato il principio della competitività da ragazzini così piccoli. Senza voler demonizzare la competitività che ha senz’altro la sua utilità in diversi contesti, mi domando in che misura questa interiorizzazione così pervasiva e precoce della competizione provochi dei danni che a lungo termine finisce per pagare la società nel suo insieme. In che misura per esempio alimenti la frustrazione derivata dal confrontarsi compulsivamente con gli altri, o se non abbia qualcosa a che fare con l’inclinazione diffusa a concepire il nostro prossimo come un concorrente, se non come un avversario. Spero che non sia patetico, ma noi stiamo pensando di cambiare le regole del gioco: dalla prossima volta si corre tutti in una squadra contro il tempo. Almeno quello non lo prende per il culo nessuno.


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