“Most outlets chasing reach leverage social media (mostly Facebook) to get content read by as many people as possible. This changes the reward from “quality” and “originality” to getting content to spread virally. This decreases trust. In fact, it’s better to have more content than less, so lots of disposable stuff is written quickly, with little regard to what it adds to discourse. This decreases trust. Virality requires a visceral emotional reaction by the reader, regardless of nuance or truth. This decreases trust. Bonus points if you can shame an “other side” that your audience is galvanized around, and alienate those not included in your chosen tribe (hold that thought). This decreases trust. Then, enterprising people create content with the sole focus of taking advantage of this machine which floods the zone (like our friends with the Dwayne Johnson story) and, yes, decreases trust. Meanwhile, campaigns for companies are written as articles and published in an outlet’s feed, further confusing readers which… well, you get it.
However, these outlets have to do these things in order to pay for the “good” stuff. Yes, news outlets (and their fans) can point to the great reporting done by their outlet. But they often ignore the consequences of how that reporting is funded. Yes, advertisers can claim that some algorithm places their ads. But they ignore that their marketing budget is supporting sites with deceitful ends. Yes, social networks can claim they want to be an agnostic platform. But they ignore the credibility they give bad content.
Meanwhile the reader sees the entire picture, often unable to separate what’s an opinion, what’s an ad, what’s fake, what’s a “quick hit”, what’s a deeply reported story, or what’s sponsored content. To continue the metaphor, it’s like if Ford only profited when it sold unsafe cars slapped with the Ford logo at its dealerships. And then, years later, wondered why nobody trusted them anymore.”
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Di T.Friedrich – Photo, CC BY 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1245385
Anche nell’era della “post-verità” esistono delle percezioni largamente condivise. Come l’impressione di trovarsi nel bel mezzo di una crisi angosciante e che molti segni presagiscano turbolenze ancora più violente. Non è il mio mestiere, ma mi sembra più che plausibile che esistano dei legami tra questo senso di insicurezza e la costernazione che spesso si abbatte su di me e su molti di coloro che mi stanno vicino. Ci sono poi alcuni sintomi che questa percezione della crisi è diffusa anche in altri dintorni sociali. Parlerei volentieri a lungo dell’avidità scomposta con cui ultimamente ci si precipita a pronunciare la parola guerra, ma per ora mi limiterò a vederci un segno dell’attesa un po’ millenaristica di una frattura dirompente, di una cesura purchessia che acceleri la crisi e ponga fine a questa epoca di ansia insostenibile.
D’altra parte c’è ben poco da stare allegri, se guardiamo all’imperversare della guerra, alla spada di Damocle delle catastrofi ambientali o all’ascesa del nazionalismo xenofobo. Ma prima di chiudere le persiane e abbandonarci sul letto nell’attesa dell’inevitabile, meriterebbe che provassimo a concentrarci non solo sulle cose che precipitano, ma anche su quelle che “tengono”. Ora, cercare dei punti fermi in tempi complicati è un compito piuttosto ingrato (non si fa in tempo a trovare dei dati rassicuranti sulla diminuzione della povertà che vengono contestati; o a leggere che al di là delle apparenze viviamo in un’epoca relativamente pacifica, che si viene smentiti) a cui faremmo bene a dedicare molto più tempo. Ma, se non si può dimenticare che l’ottimismo può essere un’ideologia tutt’altro che innocente, non si deve neanche ignorare che a impegnarsi per la convivenza, la nonviolenza e la salvaguardia dell’ambiente non sono più soltanto sparute minoranze. O che coltiviamo quotidianamente relazioni all’insegna di un umanesimo antideologico e cosmopolita che soltanto pochi decenni avrebbe avuto dei tratti fortemente utopici. O che abbiamo la fortuna di vivere in paesi che sono meno violenti e più liberi di quanto non lo fossero in passato. Sono dati che vanno discussi e contestualizzati, ma su cui forse qualcosa si può anche costruire.
Ovviamente, come non credo che si possa dimostrare l’inevitabilità della catastrofe, mi guardo bene dall’escludere che avvenga. Sostengo solo che in futuro sarebbe disdicevole scoprire che, mentre fissavamo il vuoto rassegnati, l’avremmo potuta ancora evitare. Se solo ci fossimo resi conto che in un’epoca tanto magmatica come quella attuale non si nascondevano soltanto minacce, ma anche opportunità. Proprio sotto la pressione dell’aggravarsi delle guerre, delle incomprensioni tra culture e popoli e del degrado ambientale, per esempio, potrebbe diventare possibile raccogliere le energie necessarie per imprimere una svolta decisa in direzione della convivenza e della sostenibilità. Tanto più nel momento in cui si riuscisse a far capire che il re è nudo e che la reazioni egoiste, violente, macho-nazionaliste ai traumi della nuova modernità non solo non costituiscono una soluzione, ma contribuiscono da più di vent’anni ad aggravare i problemi che ci troviamo di fronte. Se tutto il mondo è finalmente connesso forse non è solo per trasmettere il suono delle trombe dell’Apocalisse in mondovisione, ma anche per dare una circolazione priva di precedenti a delle idee buone. Ne abbiamo?
Può essere che tutto questo sia terribilmente naïf o l’espressione di un volontarismo idiota screditato da più di duecento anni. Se anche fosse così, continuerei comunque a chiedermi se distogliere di tanto in tanto lo sguardo da quelli che ci sembrano i segni premonitori del disastro imminente non ci aiuterebbe a essere un po’ più felici.
È inverno e le cipolle pensano.
Nel silenzio preparano la prossima Primavera,
come il politico e patriota che passeggiò per Parigi,
aspettando a maggio il mese di Aprile,
lavorando per la libertà dei propri figli
e per il diritto allo studio di ogni Arte.
https://www.youtube.com/watch?v=nz2MBC7q834
Letter from John Adams to Abigail Adams, post 12 May 1780
My dear Portia,
[…]
Since my Arrival this time I have driven about Paris, more than I did before. The rural Scenes around this Town are charming. The public Walks, Gardens, &c. are extreamly beautifull. The Gardens of the Palais Royal, the Gardens of the Tuilleries, are very fine. The Place de Louis 15, the Place Vendome or Place de Louis 14, the Place victoire, the Place royal, are fine Squares, ornamented with very magnificent statues. I wish I had time to describe these objects to you in a manner, that I should have done, 25 Years ago, but my Head is too full of Schemes and my Heart of Anxiety to use Expressions borrowed from you know whom.
To take a Walk in the Gardens of the Palace of the Tuilleries, and describe the Statues there, all in marble, in which the ancient Divinities and Heroes are represented with exquisite Art, would be a very pleasant Amusement, and instructive Entertainment, improving in History, Mythology, Poetry, as well as in Statuary. Another Walk in the Gardens of Versailles, would be usefull and agreable. But to observe these Objects with Taste and describe them so as to be understood, would require more time and thought than I can possibly Spare. It is not indeed the fine Arts, which our Country requires. The Usefull, the mechanic Arts, are those which We have occasion for in a young Country, as yet simple and not far advanced in Luxury, altho perhaps much too far for her Age and Character.
I could fill Volumes with Descriptions of Temples and Palaces, Paintings, Sculptures, Tapestry, Porcelaine, &c. &c. &c. — if I could have time. But I could not do this without neglecting my duty. The Science of Government it is my Duty to study, more than all other Studies Sciences: the Art of Legislation and Administration and Negotiation, ought to take Place, indeed to exclude in a manner all other Arts. I must study Politicks and War that my sons may have liberty to study Painting and Poetry Mathematicks and Philosophy. My sons ought to study Mathematicks and Philosophy, Geography, natural History, Naval Architecture, navigation, Commerce and Agriculture, in order to give their Children a right to study Painting, Poetry, Musick, Architecture, Statuary, Tapestry and Porcelaine.
Adieu.
C’è poi un’altra questione che fa andare lo spumante di traverso. Il cellulare dei clandestini! Che se hanno così tanti soldi da prendersi il telefonino, cosa vogliono da noi? È un tormentone, la prova del nove che gli immigrati vengono qui proprio con l’intento di rompere la palle a noi. Gli piace così tanto che ci rischiano la vita. E spesso la perdono. Ma accantoniamo un momento questi pensieri e concentriamoci sul Gran mistero del telefonino. Perché tanti dei migranti che arrivano in Italia ne hanno uno? Basterebbero pochi click per scoprire che nella gran parte del mondo avere un telefonino è normale da tempo. Anche nei paesi più poveri il telefonino garantisce l’accesso a servizi e informazioni tanto importanti che le persone sono disposte a grandi sacrifici per prendersene uno.
Proviamo ora a fare un esercizio di immaginazione. Diciamo che siamo convinti che per noi non ci sia più alcuna prospettiva nel nostro paese o che la nostra città venga spazzata via da una guerra devastante che nessuno può o vuole fermare. Immaginiamo che decidiamo di partire per un viaggio lungo e pericoloso, verso paesi di cui ignoriamo la lingua, la geografia e le leggi. Un viaggio lungo il quale è vitale informarsi su quali trafficanti sono “affidabili”, su come evitare i campi di battaglia, gli schiavisti e le polizia. Se per caso appartenessimo a quella minoranza di persone che non ha il cellulare, che cosa cercheremmo di procurarci prima di partire?
A Natale siamo tutti più buoni, però certe cose alla gente non gli vanno proprio giù. E così capita che anche durante il pranzo del venticinque qualcuno sbotti. Perché non se ne può più della criminalità che imperversa e se la Polizia non fa nulla sarà necessario fare giustizia da soli (anche se è Natale). Ci sentiamo sempre più insicuri e affrettiamo il passo sulla strada tra il parcheggio e la porta di casa, che chiudiamo a doppia mandata. Ma di rado ci viene in mente di andare a vedere quanto sia aumentata la criminalità negli ultimi tempi. Se lo facessimo scopriremmo che – ¡carramba! – la criminalità diminuisce. Nonostante il gran numero di stranieri che sbarca ogni anno sulle nostre coste. Ovviamente questo non significa che in realtà specifiche i problemi non siano fuori controllo e non esaurisce ogni questione sul rapporto tra criminalità e immigrazione. Però, accipicchia, forse non sarebbe stato necessario rinunciare all’aperitivo perché non volevamo prendere più l’autobus di sera. E come è possibile allora che ci siamo sentiti così? Come è possibile che si sia creata questa percezione sbagliata? Chi è il vero ladro della nostra tranquillità? Lascio la risposta ai lettori.
Meringhe di plastica, topi morti, non bisogna scegliere. Una volta che abbiamo rifiutato questa dieta a base di informazione-spazzatura, il problema è riuscire prima di tutto a procurarci e poi a proporre una dieta alternativa. Un modo di informarsi e informare sano, equilibrato, sostenibile. Fa ridere, suona quasi patetico, vero? Da quando esistono i giornali, la gente vuole le storie purp. Prima, chi poteva andava a vedere le esecuzioni in piazza. E come fai a proporre l’insalata a chi vuole patate fritte? Analisi numeriche a chi vuole video di esplosioni? Questo è il problema.
E stamattina camminando per strada ho pensato che l’analogia con l’alimentazione potrebbe portarci lontano, e magari in un bel punto panoramico…
Le nostre preferenze alimentari risalgono a tempi remoti, prima dell’agricoltura e del’allevamento. Ogni grammo di sali, grassi, zuccheri o proteine era prezioso, per cui il loro gusto ci risulta gradito nonché uno stimolo Oggi queste preferenze alimentari, in un contesto del tutto diverso, ovvero di enorme disponibilità proprio di questi nutrienti, portano alle epidemie di diabete, malattie cardiache, ipertensione e numerose altre sindromi.
Allo stesso modo è facile attribuire un valore adattativo, ovvero un vantaggio nel corso dell’evoluzione della specie, alla nostra curiosità, incontrollabile, per le novità, e alla fascinazione per il macabro e il disgustoso, . Sapere come stanno i tuoi vicini, o quante ragazze ci sono nell’orda che vive dall’altra parte della valla può essere molto utile. Fermarsi a guardare una ripugnante carcassa può dare preziose informazioni: è stato un leone, una malattia infettiva, un altro umano?
Oggi, con il continuo flusso di informazioni e una precisa struttura economica e sociale a diffonderle e sostenerle, la soddisfazione di questi istinti ci porta a riempirci di cronaca nera e rosa, non ci informa sul mondo reale, ci riempe di paura e in definitiva ci rende più controllabili.
https://www.youtube.com/watch?v=ndB_SM_rtNs
Compiti a casa: applicare lo schema a tutti i vari istinti umani. Istinti che avevano un senso e che adesso ci si ritorcono contro e/o vengono sapientemente manipolati da chi sa e vuole farlo per i propri fini.
Istinto sessuale => Pornografia…
Istinto alla sicurezza => Forze dell’ordine e governo autoritario.
Istinto identitario => Xenofobia (è discutibile, ma pare che ci sia una componente istintiva nel rifiuto del diverso, l’idea non mi stupirebbe)
“I dati parlano chiaro: a più alto livello di corruzione corrispondono meno competitività, meno investimenti, meno produttività, meno progresso tecnico, meno innovazione, meno impresa e perciò più disoccupazione.
Infatti un Paese corrotto non è affidabile per gli investitori, specialmente stranieri, e di conseguenza perde opportunità di business e sviluppo.
A farne le spese sono soprattutto i giovani disoccupati, mentre l’inefficienza, i servizi scadenti, il peso della crisi economica, l’assenza di opportunità sono problemi comuni a tutta la società civile.”
Quando guardate una foto di questo tipo cosa pensate? C’è qualche elemento disturbante? A chi o cosa attribuite questa sensazione?
Credo di sapere cosa vi disturba perchè disturba anche me: non riusciamo ad abituarci ancora del tutto a vivere in un paesaggio (reale ma anche mentale) completamente e irreversibilmente cambiato dall’uomo.
Cerchiamo vie di fuga in qualche angolo di mondo ancora disgraziatamente sopravvissuto alla cementificazione e ci sentiamo in sintonia più o meno consapevole con quei pre-Romantici inglesi di fine Settecento che dipingevano paesaggi incantevoli che stavano per essere cancellati dai fumi della Rivoluzione industriale.
Credo che sia una sensazione comunissima che condividiamo con una buona fetta della popolazione mondiale. Eppure una piena coscienza collettiva sull’importanza di estendere, rafforzare e collettivizzare le misure di tutela e salvaguardia del paesaggio fatica ad emergere.
Non intendo solo il “non buttare la cartaccia per terra” che ci ripetono da bambini ma intendo estendere la consapevolezza comune che il paesaggio naturale e culturale è unico, è seriamente compromesso e deve essere tutelato di più. Può significare molte cose nella nostra vita di tutti i giorni ma tutte le iniziative (da organizzare gite nella natura con gli amici a battersi contro la costruzione della TAV, tanto per dire cose a caso), passano attraverso la coscienza che dobbiamo dedicare impegno, tempo e soldi alla tutela del paesaggio. Smettiamola ad esempio di dare per scontata la presenza di un museo e di meravigliarci del costo all’entrata. Può significare tanto altro e ognuno di noi può trovare il suo modo personale. Troviamolo! Certamente vorremmo un maggiore impegno anche da parte dei governi ma, come in altri campi, questo potrà venire solo a seguito di una presa di coscienza individuale.
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Qualche giorno fa, nel tepore del salotto di famiglia, circondati di cuscini e gatti che ronfano, mia madre guarda il telefono e fa: “Sono esplose due bombe a Istanbul”. La mia reazione è stata viscerale e dura: “A che cosa ci serve saperlo? Perché ce lo hai detto? Che merda di informazione!”.
I miei familiari mi hanno guardato straniti. Rifiutare i giornali e considerare il TG come una forma di terrorismo è considerata una posizione troppo radicale, anche in contesti dove la politica è discussa con piacere.
Eccomi dunque qui, a spiegare perché credo che la cronaca nera andrebbe pesantemente scoraggiata*, e così tutti gli atteggiamenti morbosi che la stampa, per il proprio vantaggio a breve termine, incoraggia nel pubblico. È la coprofagia di cui parla Poppy Bergoglio di recente. Solo che la coprofagia al massimo crea alito cattivo e qualche problema in società, la cattiva stampa e la cattiva televisione hanno effetti ben più gravi.
(* sarebbe bello discutere del COME in maniera più articolata in un’altro post)
L’impatto è martellante: ogni giorno, su tutti i muri, su tutti i giornali, su tutti gli schermi, alla radio e sui telefoni siamo sottoposti a un flusso costante di omicidi, stupri, esplosioni, bombardamenti, crack finanziari, disastri ambientali, notizie di sport e pettegolezzi sui vip. Mi sembra inevitabile che questo danneggi profondamente la mente e la psiche.
Da un lato il risultato è una evidente normalizzazione della violenza. Dall’altro lato, forti emozioni negative inibiscono il ragionamento, attivando aree primordiali del cervello che competono con i lobi frontali.
Infine, la dieta schizofrenica che viene proposta dai mass media produce nel pubblico una chiara scelta: occuparsi del mondo reale, difficile da capire, amaro e indigesto, pieno di peli e di compromessi, “di armi e munizioni, di scheletri e di schifezze”, oppure dedicarsi al cibo sintetico e premasticato del mondo virtuale della televisione, dei gattini e delle tettone, dei videgiochi, della pornografia, delle droghe legali e non. Se la scelta è tra topi morti e meringhe di plastica, in effetti, anche io avrei pochi dubbi.
Così un po’ alla volta il legame con la realtà si attenua, anzi diventa una costrizione da fuggire. E guardiamo il risultato di qualche decennio di questo trattamento:
Abbrutiti da finzioni di violenza, davanti alla vera violenza siamo prima di tutto inerti, e quindi inermi.
Lontani dal mondo reale, siamo confusi, non sappiamo interpretare le cose che succedono né abbiamo la lucidità e la forza per farlo.
Spaventati dal futuro, preferiamo non pensarci, e rifugiarci in un confortevole mondo di distrazioni e consumi industriali.
È difficile non notare come ogni singolo punto concorra a creare quella che è condizione di fondo delle società occidentali oggi: subire il proprio tempo e volerlo fuggire, vivere con la paura di domani e il rimpianto di ieri.
Figure di carta che bevono nuovi pensieri
E fragili miti creati dal mondo di ieri
Disperdono giovani forze sottratte al domani
Lasciando distorte le menti e vuote le mani
Consumi la vita sprecando il tuo tempo prezioso
Raggeli la mente in un vano e assoluto riposo
Trascorri le ore studiando le pose già viste
Su schermi elettronici oppure su false riviste
E tieni le orecchie tappate agli inviti del suono
E questa è una polvere grigia che cade sugli occhi dei figli dell’uomo
Deciso a sfuggire il tuo tempo che soffia e ribolle
Non abile a prendere il passo di un mondo che corre
Coraggio è soltanto una strana parola lontana
Tu cerchi rifugio in un pezzo di canapa indiana
Il sesso che prendi con facile e semplice gesto
Rimane ancora e di nuovo soltanto un pretesto
E ancora nascondi la testa alla luce del sole
Il sesso è scoperto però hai coperto l’amore
E tieni le orecchie tappate agli inviti del suono
E questa è una polvere grigia che cade sugli occhi dei figli dell’uomo
Fai parte di un gregge che vive ignorando il domani
E corri da un lato e dall’altro ad un cenno di cani
Il mito di un lupo mai visto ti ha fritto il cervello
E corri perfino se il branco ti porta al macello
E dormi nel centro del fiume che corre alla meta
E niente che possa turbare il tuo sonno di seta
Qualcuno ti grida di aprire i tuoi occhi nebbiosi
Ma tu preferisci annegare in giorni noiosi
Non senti che ti stanno chiamando con voce di tuono
E questa è una polvere grigia che cade sugli occhi dei figli dell’uomo.
Chi cavalca l’onda di razzismo, chi fomenta la voglia di forca?
Il vicesindaco di Trieste, Pierpaolo Roberti, si nasconde volentieri dietro una parvenza di politicamente corretto, arrivando a tratti, senza senso del ridicolo, ad accusare le istituzioni di non fare abbastanza per i profughi. I suoi elettori, però, sono più diretti. Sulla pagina Facebook del vicesindaco si leggono ogni giorno, incontrastati, commenti come: “Raus”, “Spariamogli ai piedi”, “Con le squadracce in giro non succederebbe” e altre amenità dal sapore neonazista.
Nel frattempo chi è più suggestionabile trasforma le paure collettive in realtà. Per limitarci agli ultimi 12 mesi e alla città di Trieste, ricordate l’aggressione subita da Manuel Pozzecco, aggredito da sette stranieri in piazza della stazione? Era solo la bufala di un mitomane. E che dire dell’aggressione a Daiane Ferreira Da Silva? Donna, pugilatrice e immigrata, anche lei si inventa una storia inverosimile. Entrambi denunciati per simulazione di reato.
Il vicesindaco e gli altri leghisti, dopo aver costruito e mantenuto un’atmosfera tossica di paura e xenofobia, riscuotono il consenso politico dei titoli dei giornali e passano avanti, mentre altri pagano in prima persona, che siano senzatetto, profughi o fragili mitomani. E poi, tanto, chi le legge le smentite?
Cercando notizie su Trieste ho visto che non è un caso isolato. Solo negli ultimi mesi, e da una ricerca del tutto casuale durata pochi minuti, risulta un episodio simile a settembre 2016 ad Albettone e uno a ottobre a Thiene, entrambi in provincia di Vicenza. A Brescia, questo novembre, una 87enne ha denunciato per strupro il vicino romeno 32enne, poi assolto dal test del dna.
E arriviamo a ieri e alla recentissima notizia di un’aggressione a una ragazza, in pieno pomeriggio, da parte di “tre stranieri”. Il fatto è stato prima annunciato dal padre della vittima a un consigliere comunale leghista, successivamente alla rivista TriestePrima, e solo il giorno successivo alla Questura. Un’interessante percorso che, insieme ad altri dettagli, fa dubitare della verità dell’evento e rende indubitabile il desiderio di strumentalizzare un grave fatto di cronaca, per altro tutto da dimostrare.
Nel frattempo viene organizzata in grande fretta una manifestazione xenofoba, con due lenzuoli vergati di nero: “Non vi vogliamo”, “Fuori dai coglioni”) proprio in via dell’Istria, davanti alla sede della Caritas. (Incidentalmente: gli stessi leghisti poi si vendono come difensori dei “valori cristiani”).
Intanto restiamo in attesa di sapere che cosa è successo davvero. Naturalmente la cosa più importante è la salute della ragazza, se l’aggressione c’è stata si tratta di un episodio grave. Ma nell’attesa di informazioni certe, i surfisti dell’odio hanno indossato la muta e si divertono un mondo.