Riunire, cucire, fare contatto

Quando mi trovo a confrontarmi con l’antipolitica normalmente faccio riferimento alla corresponsabilità della “gente comune”. Come mai il paese non è in grado di esprimere una classe dirigente migliore di quella esistente? Questa domanda è anche un utile promemoria per me e per le persone che condividono alcune mie sensibilità: perché non ci impegniamo in politica? Si tratta davvero di una realtà capace di neutralizzare qualsiasi tentativo di cambiamento? A cui non ha senso dedicare energie che possono essere più fruttuose altrove? La politica è davvero un campo tanto inquinato da non poter più sperare in alcun tentativo di riforma e da dover temere per la salute degli incauti bonificatori? E se la fluidità che è il presupposto dell’emersione dei populismi costituisse anche un’opportunità per promuovere un cambiamento positivo?

Ho l’impressione che le riserve etiche di cui il nostro paese è ricco siano ancora sparpagliate, insulari, poco comunicanti fra di loro. Perché, cos’è che manca? Se riuscissimo ad avviare un processo che le metta in contatto, forse potremmo raggiungere una massa critica e renderle molto più fertili, incisive.

Gli ultimi anni hanno visto l’aggravarsi dello scollamento sociale, il riemergere di pulsioni violente di vario segno e di ripiegamenti di carattere tribale. Di fronte a questi fenomeni si sente sempre più fortemente il bisogno di una cultura politica radicalmente nuova. È possibile pensare a un soggetto politico che rifiuti l’invettiva per concentrarsi sulla progettualità? E che, con ogni sua azione, ponga anche le fondamenta per una nuova cultura della discussione, per una nuova prassi di gestione dei conflitti?

Se si fa un tentativo in questo senso bisogna stare attenti a non peccare di elitarismo, di intellettualismo. Il fallimento è quasi assicurato se si pensa di poter avere successo senza connettersi con le istanze che arrivano “dal basso”. Nell’epoca della complessità c’è grande avidità di messaggi politici semplici. È questo genere di semplificazioni che, per esempio, contribuisce all’affermazione di forze xenofobe. Eppure esistono delle semplificazioni che sono anche vere. Nel contesto di una grande disuguaglianza, una maggiore equità gioverebbe alla grande maggioranza delle persone. E si tratta più o meno di quella stessa maggioranza il cui futuro è minacciato dalle conseguenze del cambiamento climatico. In un contesto di violenza e guerra la gran parte delle persone vorrebbe semplicemente vivere in pace. Si tratta di un’ovvietà su cui fare leva per riscattare la nonviolenza dall’angolo in cui un discorso pubblico muscolare e machista è riuscito a cacciarla.

Vogliamo parlarne?


Pulp democracy

pulp: Tipo di film e di cinematografia che tratta temi come il sesso e la violenza, affrontandoli con uno stile aggressivo ma spiritoso, e dando quindi l’impressione di non partecipare del tutto a quel che si rappresenta: un film p.; il gusto del pulp.

democrazìa: Forma di governo in cui il potere risiede nel popolo, che esercita la sua sovranità attraverso istituti politici diversi; in partic., forma di governo che si basa sulla sovranità popolare esercitata per mezzo di rappresentanze elettive, e che garantisce a ogni cittadino la partecipazione, su base di uguaglianza, all’esercizio del potere pubblico.


Vecchie analisi fanno buon brodo

“Se il fascismo ci diceva paradossalmente della forza della sinistra, il Movimento 5 Stelle ci racconta oggi della sua debolezza. E’ la scomparsa della sinistra che produce Grillo, non è Grillo che impedisce alla sinistra di risorgere. Poi, ma solo secondariamente, il M5S funziona anche come “specchietto per le allodole”, sviando e rimasticando sincere istanze di lotta ricalibrandole su obiettivi feticizzati quali appunto la presunta “casta”. Ma anche qui è il prodotto di una debolezza: la nascita di un movimento di massa spazzerebbe via qualsiasi velleità del M5S di rappresentare quantomeno il mondo del lavoro. Rimarrebbe il partito del rancore proprietario piccolo-borghese, che rifluirebbe prontamente nel qualunquismo prima e nell’insignificanza dopo, perché fagocitato immediatamente dal costituendo “blocco lepenista”, articolazione italiana del Front National francese. Anche qui, bisogna operare uno sforzo di analisi.”

http://contropiano.org/interventi/2016/05/20/lincapacita-comprendere-presente-criticare-m5s-079369§


Nausea

http://milano.repubblica.it/cronaca/2017/03/13/foto/salvini_lodi_uccide_un_ladro-160424449/1/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P4-S1.6-T2#1

Non mi stupisce il fatto che la Lega Nord cerchi di sfruttare ogni occasione per cavalcare le paure degli italiani. Né che Salvini sia andato a farsi ritrarre con Mario Cattaneo, il ristoratore che il 10 marzo ha ucciso uno dei ladri che avevano fatto irruzione nel suo locale. È stata un’altra cosa a colpirmi allo stomaco, per poi lasciarmi con un pesante senso di nausea: la scelta del leader della Lega di farsi fotografare assieme al ristoratore in posa cameratesca e sorridente. La tipica foto della celebrità al ristorante. Il fatto che una persona – un criminale, certo, anche – sia morta è semplicemente irrilevante. Così, inavvertitamente, la spregiudicatezza di Salvini ha superato ancora una soglia, quella del rispetto per la morte. Io sono pronto a prendere sul serio le paure dei suoi elettori, ma c’è una cosa che proprio non riesco a capire. Come si può pensare che qualcuno che dopo un episodio tanto grave – anche per Mario Cattaneo, avere ucciso non è un’esperienza amena – se ne sbatte il cazzo di mostrare almeno un briciolo di cordoglio possa difendere noialtri, la vita o alcunché?


Dettare l’agenda

La sinistra europea non fa altro che rincorrere la retorica del populismo di destra. Reagisce e basta. O ammutolisce. Invece dovrebbe affermare un lessico che le appartenga, come fece Simone de Beauvoir, quando constatò che il patriarcato era il problema. La destra si infuriò e si trovò costretta a reagire. Non è per un caso che in Francia la si chiama reazionaria: non agisce, reagisce. Questo è il ruolo in cui oggi si è cacciata la sinistra. Quando invece dovrebbe dettare l’agenda per un’Europa ospitale e inclusiva e combattere per i dimenticati. Questa battaglia è indissolubilmente legata a una rivoluzione sessuale, che archivi una volta per tutte la visione tradizionale della virilità dura e temibile.

Da: Se i genitori votano Le Pen


Le occasioni perdute

https://www.youtube.com/watch?v=c8UO4jquAlY

Oggi in palestra abbiamo introdotto al boulder una classe delle superiori. L’impatto non è stato dei migliori: dopo mezz’ora la gran parte dei ragazzi ha preferito stravaccarsi sui divani o trafficare con lo smartphone, ma mi posso immaginare che a quell’età si possano avere un sacco di motivi per preferire starsene in disparte. Insomma avrei considerato che tutto era andato comunque bene, se non fosse stato per quello che è successo quando ci siamo congedati. Una mia collega ha detto ai ragazzi che potevano tranquillamente rimanere un po’ lì, se avevano voglia di fare ancora qualcosa. Al che il ragazzo più esuberante della compagnia ha ribattuto che con lei “qualcosa” l’avrebbe fatto molto volentieri. Tutti i suoi compagni sono scoppiati a ridere e anche i professori l’hanno ripreso molto bonariamente. Per pochi secondi nella mia testa sono successe un sacco di cose: mi sono sentito offeso e ho pensato di dover reagire; ho avuto paura e ho pensato che non avevo argomenti pronti, oltre alla difficoltà in più rappresentata dal doversi esprimere in una lingua straniera; ho pensato che la responsabilità di intervenire spettasse ai professori e che forse non era mio compito intromettermi. E, trovata questa scusa, ho lasciato stare. Tutti hanno lasciato stare. Perché ovviamente si trattava di uno scherzo. Ma che cosa c’è di divertente nel dire per scherzo a una sconosciuta che la vorresti scopare? A me sembra l’ennesima riproposizione (inconsapevole) di una cultura che apprezza le donne solo in relazione alla loro desiderabilità sessuale. Quindi qualcosa di profondamente offensivo, per le donne (ma le compagne di classe ridevano), per me, per tutti. D’altra parte non credo che il giovane macho volesse offendere. Cercava solo l’approvazione dei suoi compagni e il machismo è considerato fico. E questo è il problema. Proprio per questa ragione non si dovrebbero lasciare senza risposta affermazioni simili, perché danno radicamento a questo tipo di cultura. In tedesco esiste un concetto che anche in Italia andrebbe valorizzato: quello di coraggio civile. Si tratta di quella forma di coraggio di cui c’è bisogno per intervenire senza esitazioni in difesa di qualcuno viene aggredito, minacciato o che, più semplicemente, è in pericolo. Se il coraggio civile fosse una pratica di dominio comune, nessuno si arrischierebbe a maltrattare una persona in uno spazio pubblico. Perché sarebbe scontato che i passanti interverrebbero e diverrebbe presto altrettanto scontato che un tale comportamento non è accettabile. Però il coraggio civile non dovrebbe essere riservato soltanto a occasioni estreme: dovremmo farcene forti per intervenire ogni qual volta sentiamo affermazioni che ledono la dignità di una persona o di un gruppo.

Mi capita spesso di pensare alle occasioni perse. La domanda che emerge da queste riflessioni a livello individuale – come sarebbe la mia vita se non avessi perso tutte le occasioni che ho perso? – è probabilmente un po’ oziosa. Ma non credo che valga lo stesso per il suo corrispettivo collettivo: come sarebbe il mondo se non perdessimo quotidianamente l’occasione di opporci a pregiudizi, semplificazioni e generalizzazioni, asserzioni maschiliste o razziste, brutalità che disprezzano chi ne viene fatto oggetto? Come sarebbe il mondo se ogni volta che pensiamo – ma come cazzo fai a dire qualcosa del genere – non perdessimo l’occasione per aprire una discussione? Se facessimo come se chi si mette in bocca asserzioni più o meno becere ci stesse in realtà domandando se le condividiamo; se incominciassimo ad acquisire esperienza di situazioni simili e ad elaborare delle strategie per affrontarle, a perfezionarle, a capire quali sono gli argomenti più convincenti e come si può evitare un’escalation; se invece di mugugnare qualcosa tra noi e noi e proseguire per la nostra strada sapessimo trovare il coraggio di prendere la parola, di salire sul palco, di essere protagonisti, come sarebbe il mondo?


Ce lo possiamo permettere?

Non possiamo accogliere più nessuno a bordo. La barca è piena e rischia di affondare!

È un argomento che si sente avanzare spesso in riferimento al costo che l’afflusso di migranti ha comportato negli ultimi anni per le casse dei paesi europei. Per contribuire nel mio piccolo alla qualità del dibattito sono andato su internet. Partirei con un piccolo quiz in riferimento al caso italiano, che è quello che mi ha dato meno filo da torcere.

QUIZ

Quale percentuale della spesa pubblica italiane credete venga riservata all’accoglienza dei richiedenti asilo?

A pagina 29 di questo rapporto trovate la risposta.

Anche se si guarda alle più recenti stime proposte dal ministro dell’Economia Padoan, non mi pare che le proporzioni cambino radicalmente. C’è anche da chiedersi come mai, mentre queste spese scandalizzano tanto, non ci si preoccupi molto di spese militari la cui utilità viene contestata o del fatto che comunque si tratti di misere briciole rispetto alla ricchezza che viene sottratta ogni anno all’erario dall’evasione fiscale, che supera ampiamente i 100 miliardi di euro. Ma sto divagando.

È stato molto più complicato farsi un’idea di quanto costi l’emergenza alla Germania. Le cifre variano molto, probabilmente questo dipende dalla complessità dei calcoli e dai criteri che si utilizzano, si va dai 2,7, ai 7-55 in base a chi lo si chiede, ai 20 miliardi di euro (che corrisponderebbero al 1,4% della spesa pubblica tedesca). Di particolare interesse la ricostruzione alternativa dell’Express, secondo cui la “crisi immigratoria” costerà alla Germania più di 1000 miliardi di sterline, qualcosa come 1174 miliardi di euro, dice il mio convertitore online. Qui vorrei fare una breve digressione: come è possibile che i giornali possano lucrare impunemente sull’angoscia della gente, inventando di sana pianta dati che alimentano una mentalità paranoica che è la causa di gravi episodi di violenza? Vorrei una legge che imponesse all’Express e ai suoi complici di pagare una multa di 1174 miliardi di euro. Ma torniamo a noi e più in particolare alla Germania. Mi piacerebbe molto capire come mai un dato di così facile reperibilità per l’Italia sembri impossibile da assodare per la Germania. Ma, nonostante l’impossibilità di trovare dei dati univoci rispetto a quello che viene speso per l’accoglienza, la questione della possibilità di farsene carico non sembra impensierire gli esperti. Il presidente dell’Istituto tedesco per la ricerca economica ha definito la minaccia che le spese per i rifugiati finiranno per svuotare le casse dello stato come “populismo a buon mercato”.

I paragoni sono sempre una cosa delicata. Però per quello che ci riguarda merita fare cenno al fatto che in Europa ci sono relativamente pochi rifugiati, sia pro capite, che in relazione al PIL (a pagina 10 di questo rapporto). Con una semplificazione brutale: sembra che, sì, il Libano e la Giordania se lo possano permettere. Può essere che sia perché le condizioni in Europa sono diverse? Andiamo allora a vedere il caso della Svezia, che è il paese europeo con il più alto numero di rifugiati pro capite, oltre a essere noto per politiche – almeno fino a tempi molto recenti – particolarmente generose per i rifugiati. Secondo l’economista svedese Joakim Ruist “una politica di asilo generosa non rappresenta un peso significativo per l’economia”. Quindi ce la fa anche la Svezia.

Va poi considerato brevemente un argomento piuttosto noto e cioè che, a fronte di una popolazione europea declinante, è sbagliato concepire l’immigrazione come un fardello. Si tratta di una necessità. Secondo il presidente della Bundesbank Jens Weidmann all’economia tedesca mancheranno già nel 2020 un milione e ottocentomila lavoratori qualificati. Dove mai potremmo trovarli?

Se poi si guarda a studi più fiduciosi si vedrà che esistono anche economisti convinti che i richiedenti asilo si riveleranno per l’Europa una risorsa che frutterà all’economia il doppio di quanto le costa. A patto che il sistema di accoglienza sia all’altezza e che li si integri rapidamente nel mercato del lavoro (il che non significa che ci ruberanno il lavoro, ma di questo dirò un’altra volta). In sostanza: peggio gli accoglieremo, più ci costerà (a volte l’Italia si confonde e ce la mette tutta per lavorare in linea con quest’ultimo motto).

In conclusione voglio concedermi un po’ di demagogia, che cazzo. Sembra che per salvare le banche l’Europa abbia speso 800 miliardi di euro (per l’Express si trattava di un milione, ed erano triliardi). Per salvare quelle tedesche 250. Ok, ok, magari spendere tutti quei soldi pubblici per tamponare l’irresponsabilità dei giocatori d’azzardo cui demandiamo il compito di far fruttare il denaro sarà stato necessario, io non ne so niente. Però poi sembra che non ce la facciamo più ad arrivare alla fine del mese per colpa di gente che fugge dalla guerra o dalla miseria e che verosimilmente finirà per ripagare in tasse buona parte dei costi dell’assistenza. Ecco, non so voi, ma io sento puzza di capro espiatorio.


Gli altri

Pamphlet dalla cucina n. 2

Qualche tempo fa mi sono ritrovata a discutere con una cara amica l’annosa questione “Quanti stranieri può ancora reggere la società tedesca?”. Può sembrare una domanda molto estrema, ma la si sente fare spesso. Ora vorrei scrivere qualcosa sul tema, ma tentenno. Troppi sconosciuti. Società, germanità, che cosa significa per me tutto questo?

Il viaggio

La corriera esce dall’autostrada. All’ingresso dell’area di servizio si staglia un grosso cartello bianco: “Vietato abbandonare rifiuti. Tenete pulita l’area di servizio”. Germania. Autostrade, pulizia, ordine: qui sì che le cose funzionano.

Entro nell’immancabile McDonald‘s, bevo il mio capuccino e mi chiedo che cosa ci sia di diverso in Germania rispetto all’America. Forse le dimensioni? Cerco di ricordarmi che cosa amo di questo “mio” paese. Mi viene in mente: il pragmatismo, essere diretti, avere i piedi ben piantati per terra. E poi ci sono i filosofi. È a loro che fanno riferimento i miei amici “stranieri” quando dico loro di non essere orgogliosa di essere tedesca. I filosofi tedeschi avrebbero cambiato il nostro modo di pensare, il mondo. Ma io conosco a malapena qualche loro testo e in generale so (troppo) poco di loro.

Ma torniamo alla mia riflessione precedente. Perché non sono entusiasta di essere tedesca? I miei amici dimostrano comprensione per la mia riluttanza. In fondo “noi” abbiamo un passato pesante. Ma non è questo – al contrario: il modo in cui i crimini del nazismo sono stati rielaborati e l’approccio alla questione della relativa e perdurante responsabilità sono tra le cose di questo paese che io apprezzo.

Non sono orgogliosa perché non riesco a trovare niente di buono in tanto di quello che la Germania ha fatto negli ultimi decenni: automobili, discount, armi, Hartz IV, un’agricoltura sempre più industriale. Certo, ci sono anche l’impegno per l’energia rinnovabile, i programmi per la difesa dell’ambiente, la raccolta differenziata. Ma persino questi concetti hanno per me un retrogusto un po’ sciapo. Mi vengono in mente i parchi eolici, le auto elettriche. I bottini dell’immondizia. E la bellezza? E l’arte? Dove sono le persone, gli incontri, la convivialità?

La nostra società è in pericolo? Io penso di sì. Ma non penso che sia per colpa di chi arriva qui dall’estero. Il pericolo deriva piuttosto da rapporti di lavoro precari, dipendenza economica e crescente atomizzazione sociale. Ovvero: siamo continuamente messi sotto pressione, dai nostri capi, dai nostri professori, dai nostri clienti e siamo molto gelosi del poco tempo libero che ci rimane. Allora ci ritiriamo, sia nel nostro appartamento da single, con i nostri partner o nel nostro piccolo nucleo familiare, e non vogliamo più saperne nulla del mondo lì fuori. Ci isoliamo, perché siamo costretti a farlo. Perché sennò non saremmo in grado di andare avanti. E così dimentichiamo sempre più come sia bello con-vivere. Dimentichiamo che le cose potrebbero andare diversamente. Che potremmo essere meno ansiosi, meno stressati, meno soli.

Ci sono cose della Germania che amo. Ma anche molte cose che mi mancano. Sarei ben disposta ad accettare un po’ più di caos e disordine, se questo significasse poter godere di un po’ più di convivialità, umorismo, rilassatezza. È proprio per questo che sono felice di poter incontrare persone che vengono da paesi in cui si è abituati a rivolgersi la parola tra estranei, a raccontarsi storie al mercato, a fare sosta a lato dell’autostrada per comprare frutta e verdura.

L’arrivo

L’autobus giunge alla sua meta. Siamo perfettamente puntuali. Il viaggio sulle autostrade tedesche ha sprigionato in me tanti pensieri, che vorrei continuare a rielaborare e di cui mi piacerebbe continuare a discutere. Non ho trovato una risposta alla domanda “quanti stranieri può ancora reggere la società tedesca”. Ma ne esiste una? Ho i miei dubbi. Dipende da che tipo di società vogliamo. Ma soprattutto credo che non sia questa la domanda fondamentale. Perché è già da tanto che gli stranieri non sono (solo) le persone con la pelle di un altro colore, sono i nostri vicini, i nostri colleghi, i politici e i giornalisti. La società tedesca è già spaccata. Se si tratta di un processo che vogliamo fermare, dobbiamo discutere su quale tipo di (co-)esistenza vogliamo condurre e che cosa ci impedisce di farlo. E finiremo per constatare che non è colpa degli stranieri. Si tratta del frutto di politiche che risalgono a ben prima dello scoppio della guerra in Siria e dell’arrivo di tanti rifugiati. Si tratta di contratti di lavoro, di affitto e di assicurazioni che ci angosciano. Perciò la domanda che dobbiamo porci e che dobbiamo porre ai nostri politici è questa: quanta dipendenza, quanta povertà, quanta solitudine e frustrazione può ancora reggere questa società? Credo che la risposta sia: non possiamo reggere ancora per molto.


APARTHEID IS NAZISM!


Noi siamo le persone giuste!

Pamphlet dalla cucina n. 1

Noi vogliamo una società in cui ognuno possa vivere secondo le sue esigenze. Uno società in cui chi ama scrivere sia messo nelle condizioni di scrivere e chi si vuole prendere cura dei bambini abbia la possibilità di farlo – e che questi ruoli possano essere scambiati, quando i bambini diventano troppo rumorosi o la scrivania troppo solitaria.

Vogliamo un mondo in cui ogni persona possa sentirsi stimata, sia che scelga di studiare o di fare l’artigiana o l’artista, che il papà o la mamma. Vogliamo che ognuno si senta apprezzato, sia che decida di trascorrere la propria vita al paese (perché ci vive volentieri), sia che lasci la sua città di origine (per propria volontà o per costrizione) per venire a stare qui da noi.

Vogliamo una società in cui le persone siano soddisfatte e si occupino di cose che le rendono felici. Perché? Perché anche noi vogliamo essere felici. Ma anche perché siamo convinti che cose belle, buone ed entusiasmanti hanno origine solo se facciamo cose che ci interessano e che ci piacciono.

Ma come si può creare una società del genere? Solo se siamo noi stessi a viverla. Il primo passo è diventare consapevoli delle nostre esigenze e trarne le dovute conseguenze. Non ci dobbiamo giudicare secondo schemi ritriti, ma osare l’esplorazione di strade nuove, davvero nostre.

Perché come possiamo batterci per il diritto a una vita libera e autonoma se non concediamo questo diritto nemmeno a noi stessi? Come possiamo prendere nella giusta considerazione altre idee e approcci, se giudichiamo noi stessi in base a criteri che non condividiamo? Come possiamo essere credibili se non crediamo a noi stessi?

Nella tecnologia Open-Space esiste una regola che recita: “chi c’è, è la persona giusta”. Con ciò si intende spesso: per la relazione che hai preparato, invece dei venti che si erano detti interessati, viene una sola persona che ha capito male il tema? Non fa niente. Hai comunque l’opportunità di discutere con lui delle cose che vi stanno a cuore – così potrà nascere qualcosa di nuovo.

Dobbiamo liberarci dal peso delle aspettative, dei requisiti fondamentali, dall’idealizzazione dell’esperienza. Tucholsky ha detto una volta: l’esperienza non significa un bel niente: si può benissimo fare una cosa male per 35 anni! E ha ragione! Forse che i politici diventano migliori nel corso del loro secondo mandato? A scuola erano i nostri insegnanti vecchi a essere più bravi? No. Erano quelli che si divertivano a fare lezione e che avevano abbastanza coraggio da non lasciarsi paralizzare dalle imposizioni dell’offerta formativa e del piano di studi.

Non mi fraintendete. È bello impegnarsi per qualcosa, appropriarsi di un sapere e volersi costantemente migliorare. È anche importante ammirare gli altri e fare tesoro della loro esperienza. Ma non ci possiamo nascondere dietro a loro. Non possiamo aspettare di parlare, scrivere e pensare bene quanto loro, prima di prendere la parola. Dobbiamo imparare ad avere stima in noi per come siamo fatti, con i nostri punti di forza, ma anche con tutte le nostre debolezze. E dobbiamo trovare il coraggio di contribuire a dare forma all’ambiente e al mondo in cui viviamo. Questo può funzionare solo se partecipiamo in prima persona, se rendiamo pubbliche le nostre idee. E, sì, faremo le cose altrimenti. Forse in modo più caotico, forse in modo più strutturato, più o meno faticosamente, in cooperazione con gli altri o da soli. Ma è così come le facciamo che sarà il modo giusto. Perché noi siamo parte di questa società. Perché noi SIAMO questa società.