Proprio ‘na mazza (III)

Problema:

Una delle conseguenze più traumatiche della globalizzazione è la contrazione dei margini di manovra della politica nazionale, che sempre più spesso deve chinarsi di fronte alle pressioni dei mercati internazionali. Proprio in una fase storica tanto delicata si manifestano numerosi segni di un malcostume politico diffuso che intacca gravemente la credibilità delle istituzioni.

Risposta 1: CORROTTI E INCAPACI! TUTTI A CASA!

Risposta 2: Quali sono le reazioni plausibili alla contrazione della sovranità nazionale? Come si possono conciliare le ragioni della democrazia, della sostenibilità ecologica e della giustizia sociale con la realtà della globalizzazione? È vero che siamo di fronte a fenomeni di corruzione di dimensioni molto preoccupanti per cui non ci deve essere alcuna indulgenza. Allo stesso tempo si tratta probabilmente del risultato di un cortocircuito tra una cultura che esalta i potenti e la loro spregiudicatezza e l’incapacità di esercitare senso critico e la disinformazione sempre più diffuse in larghi strati della cittadinanza. Sostituire la classe dirigente non sarà sufficiente a sortire alcun cambiamento finché non si affronteranno questi problemi.

Quale di queste due è la risposta più convincente? Penso che sia la prima, nonostante si tratti probabilmente di una risposta sbagliata, perché la semplificazione (tutti i politici sono cattivi, al contrario di noi cittadini) distorce la realtà. E perché concentrando tutta l’attenzione su una sola parte del problema la si distoglie dalle altre che sarebbe altrettanto necessario affrontare. Con questo problema ho cercato di dare un esempio di come le semplificazioni ideologiche (non sono convinto di questa definizione, ne abbiamo una migliore?) tendano a prevalere su punti di vista più equilibrati. Credo che sia un modello applicabile anche ad altre questioni attuali. Si può per esempio immaginare un altro problema (senz’altro diverso, non intendo mettere sullo stesso piano antipolitica e islamofobia) in cui la risposta 1 reciti: È TUTTA COLPA DEI MUSULMANI!

Il fatto è che la semplificazione offre una soluzione e quindi la speranza che il problema sia superabile con una certa facilità, mentre la risposta 2 tende addirittura alla moltiplicazione dei problemi. Ma ci sono anche molte altre ragioni per cui le risposte 1 di cui spesso si avvalgono i movimenti populisti fanno così tanta presa sull’opinione pubblica. Provo ad immaginarmene alcune: permettono di individuare dei capri espiatori cui attribuire ogni male e quindi di non mettere in discussione sé stessi e il proprio modo di stare al mondo; attribuiscono alla realtà un significato, una certa intelligibilità, offrendoci degli appigli contro la paura atavica della vanità, dell’assurdità dell’esperienza umana; permettono di schierarsi, rispondono quindi al bisogno di identità e di una comunità che ci protegga.

Se questa è la forza delle semplificazioni ideologiche il quadro è allarmante, perché in relazione ai problemi enormi che dobbiamo affrontare nel dibattito pubblico tenderanno ad affermarsi argomentazioni sbagliate. In questa situazione mi vengono in mente tre direzioni che si potrebbero esplorare.

1. È possibile dare vita a un “populismo buono” che, magari con qualche cautela, si serva di semplificazioni ideologiche per promuovere politiche solidali, lungimiranti, eque e sostenibili?

È molto tempo che ci penso e la nascita di Podemos mi sembrava un fenomeno molto interessante proprio perché pareva andare in questa direzione. Poi ne ho seguito poco l’evoluzione e non sembra possibile prendere la situazione politica spagnola come riferimento ideale, ma potrebbe essere un caso studio. Se però si perseguisse questa strada dell’appropriazione di elementi populisti potrebbero presentarsi diversi problemi di difficile soluzione. Innanzitutto non si vede perché sul terreno del populismo non dovrebbero finire per affermarsi i populisti veri anziché quelli in erba. Forse mi sbaglio, ma mi pare che si tratti di uno scenario che presenta alcune analogie con la storia recente della politica italiana (e forse non solo con quella): la sinistra, che aspira a diventare forza di governo, si mette a fare concorrenza alla destra sul piano della crescita economica, della sicurezza, dell’espansione dei consumi e finisce per condannarsi a una lunga fase di subordinazione culturale di cui ancora non si vede la fine. Altri forti dubbi suscita il fatto che la strada delle semplificazioni non favorisce la maturazione di un’opinione pubblica critica (anche auto-), equilibrata e informata e quindi difficilmente crea le condizioni per un miglioramento stabile della qualità della democrazia.

2. Si può fare in modo che la debolezza diventi “in”?

È possibile che un’attitudine equilibrata, critica e sensibile alla complessità stabilisca una specie di “egemonia culturale”? In questo senso il dibattito su bufale, fake news, debunking ecc. che sta prendendo piede negli ultimi tempi potrebbe preludere a un nuovo costume, a una nuova cultura dell’informazione. Quali dovrebbero essere le sue caratteristiche? Come si può fare e dove si deve agire (media, educazione?) per renderla “egemonica”? Mi viene in mente, a titolo di esempio, che una possibilità per far diventare in il senso critico potrebbe essere usare l’umorismo per screditare i paralogismi grossolani della semplificazione ideologica.

3. Può essere che la debolezza sia la nostra vera forza?

Forse quella che questo paradosso esprime è una speranza troppo fragile, anche perché nel lungo periodo siamo tutti morti. Ma io ci sono parecchio affezionato. Non può essere che continuare ad argomentare in modo complesso, con “sì, ma” e “no, ma”, sia la strada giusta nonostante non permetta di imporsi immediatamente nelle discussioni? Se continuassimo a sperimentare forme di comunicazione e di discussione corrette, serie, documentate e civili, finalizzate all’acquisizione di sapere e non all’affermazione di una posizione data, sarebbe plausibile che dimostreremmo che queste modalità non sono soltanto possibili, ma permettono anche di ottenere risultati migliori? È illusorio pensare che non ci dobbiamo lasciare scoraggiare dagli insuccessi, perché siamo dei pionieri e prima dell’affermazione di ogni nuovo paradigma serve raggiungere una massa critica di sperimentazione?fine, finalmente


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