Una cosa che mi fa soffrire molto è l’accusa di aver abbandonato persone che mi sono state vicine. Nonostante la dedizione sollecitata dai miei sensi di colpa, so che in fondo è vero. Ho abbandonato persone che non mi interessavano più, persone le cui traiettorie divergevano troppo dalla mia e a quanto sembra ho abbandonato persone anche senza uno straccio di motivo. È triste vedersi ritratti come questa specie di cane infedele. Ma lo è altrettanto che chi si sente tradito, anziché comunicare (mettere in comune) il suo rammarico, ci si attacchi morbosamente fino a farlo degradare in rancore. Credo sia fondamentale imparare a trasformare le nostre ferite in un problema comune, anziché limitarci a una versione psicologica del taglione. Si potrebbero sdrammatizzare molti conflitti e rendere reversibili distanze che altrimenti, di incomprensione in incomprensione, finiscono per diventare incolmabili.
Mi ferisce il fatto che chi mi rimprovera non tenti di mettersi nei miei panni. Mi addolora veder ridotte a snobismo o meschinità distanze che ho preso perché sono finito, perché sono mortale, perché il giorno è breve e le energie sono limitate. Mi rattrista la mancata comprensione che l’allentamento dei legami con casa è il prezzo non lieve dell’esplorazione e che in questa scelta c’è qualcosa di drammatico. La questione di quante persone al mondo si possono amare è troppo seria per essere risolta con la constatazione che io sono un po’ stronzo.
Se proprio dobbiamo essere abbandonati, spero che possiamo farlo senza provare rancore.