
“Torniamo all’influentissima nonché controversa definizione di creative class fornita a suo tempo da Richard Florida: intrisa com’è di valori borghesi (il merito, la competizione, l’individualismo disruptive ecc.), questa supposta classe avrebbe in effetti tutti i profili dell’élite. Ma c’è un’altra élite a cui i membri della classe creativa quasi mai appartengono: quella economica. Al contrario: come ricorda Francesco Guglieri in un altro articolo ancora su Pagina 99, le “élite culturali sono socialmente ed economicamente disagiate tanto quanto gli indignati di turno”. Detta altrimenti: i giovani professionisti urbani e progressisti che pure in questi mesi hanno interpretato la parte dei più esagitati apologeti dell’orgoglio elitista, sono una figura ricorrente al limite dello stereotipo di quel mondo di mezzo fatto di lavori precari e malretribuiti, incertezza sul futuro e sfruttamento.
Eppure, se c’è una caratteristica che ne contraddistingue l’afflato identitario, è proprio lo slancio con cui queste malridotte élite culturali fanno coincidere le proprie sorti con un imprecisato progresso (anche) economico i cui tratti non differiscono in nulla da quelli che pure le hanno relegate in una posizione di subalternità.”