Le occasioni perdute

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Oggi in palestra abbiamo introdotto al boulder una classe delle superiori. L’impatto non è stato dei migliori: dopo mezz’ora la gran parte dei ragazzi ha preferito stravaccarsi sui divani o trafficare con lo smartphone, ma mi posso immaginare che a quell’età si possano avere un sacco di motivi per preferire starsene in disparte. Insomma avrei considerato che tutto era andato comunque bene, se non fosse stato per quello che è successo quando ci siamo congedati. Una mia collega ha detto ai ragazzi che potevano tranquillamente rimanere un po’ lì, se avevano voglia di fare ancora qualcosa. Al che il ragazzo più esuberante della compagnia ha ribattuto che con lei “qualcosa” l’avrebbe fatto molto volentieri. Tutti i suoi compagni sono scoppiati a ridere e anche i professori l’hanno ripreso molto bonariamente. Per pochi secondi nella mia testa sono successe un sacco di cose: mi sono sentito offeso e ho pensato di dover reagire; ho avuto paura e ho pensato che non avevo argomenti pronti, oltre alla difficoltà in più rappresentata dal doversi esprimere in una lingua straniera; ho pensato che la responsabilità di intervenire spettasse ai professori e che forse non era mio compito intromettermi. E, trovata questa scusa, ho lasciato stare. Tutti hanno lasciato stare. Perché ovviamente si trattava di uno scherzo. Ma che cosa c’è di divertente nel dire per scherzo a una sconosciuta che la vorresti scopare? A me sembra l’ennesima riproposizione (inconsapevole) di una cultura che apprezza le donne solo in relazione alla loro desiderabilità sessuale. Quindi qualcosa di profondamente offensivo, per le donne (ma le compagne di classe ridevano), per me, per tutti. D’altra parte non credo che il giovane macho volesse offendere. Cercava solo l’approvazione dei suoi compagni e il machismo è considerato fico. E questo è il problema. Proprio per questa ragione non si dovrebbero lasciare senza risposta affermazioni simili, perché danno radicamento a questo tipo di cultura. In tedesco esiste un concetto che anche in Italia andrebbe valorizzato: quello di coraggio civile. Si tratta di quella forma di coraggio di cui c’è bisogno per intervenire senza esitazioni in difesa di qualcuno viene aggredito, minacciato o che, più semplicemente, è in pericolo. Se il coraggio civile fosse una pratica di dominio comune, nessuno si arrischierebbe a maltrattare una persona in uno spazio pubblico. Perché sarebbe scontato che i passanti interverrebbero e diverrebbe presto altrettanto scontato che un tale comportamento non è accettabile. Però il coraggio civile non dovrebbe essere riservato soltanto a occasioni estreme: dovremmo farcene forti per intervenire ogni qual volta sentiamo affermazioni che ledono la dignità di una persona o di un gruppo.

Mi capita spesso di pensare alle occasioni perse. La domanda che emerge da queste riflessioni a livello individuale – come sarebbe la mia vita se non avessi perso tutte le occasioni che ho perso? – è probabilmente un po’ oziosa. Ma non credo che valga lo stesso per il suo corrispettivo collettivo: come sarebbe il mondo se non perdessimo quotidianamente l’occasione di opporci a pregiudizi, semplificazioni e generalizzazioni, asserzioni maschiliste o razziste, brutalità che disprezzano chi ne viene fatto oggetto? Come sarebbe il mondo se ogni volta che pensiamo – ma come cazzo fai a dire qualcosa del genere – non perdessimo l’occasione per aprire una discussione? Se facessimo come se chi si mette in bocca asserzioni più o meno becere ci stesse in realtà domandando se le condividiamo; se incominciassimo ad acquisire esperienza di situazioni simili e ad elaborare delle strategie per affrontarle, a perfezionarle, a capire quali sono gli argomenti più convincenti e come si può evitare un’escalation; se invece di mugugnare qualcosa tra noi e noi e proseguire per la nostra strada sapessimo trovare il coraggio di prendere la parola, di salire sul palco, di essere protagonisti, come sarebbe il mondo?


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